20 anni fa usciva High School Musical: e noi, cresciuti con Disney Channel, come siamo cambiati?
- Irene Monti

- 20 gen
- Tempo di lettura: 3 min

Era il 20 gennaio 2006 e negli Stati Uniti usciva il primo capitolo di High School Musical, preparandosi a diventare la trilogia targata Disney Channel più vista, e ascoltata, di tutti i tempi. Intere generazioni sono cresciute e diventate adulte insieme alle canzoni del film, e persino i nati nel 2000 – che al tempo avevano solo sei anni – col passare degli anni hanno vissuto il riverbero di quel fenomeno nella loro infanzia, e perfino nella loro adolescenza. Questo perché le playlist dedicate ai tre film della saga contano oggi, su Spotify, più di 500.000 mila salvataggi, e il profilo “High School Musical Cast” quasi 5 milioni di ascoltatori mensili, dimostrando come certi prodotti culturali non rimangono solo delle mode, ma incidono per sempre un modo di fare intrattenimento, e con molte probabilità, anche di vivere.
Noi, cresciuti con Disney Channel, come siamo cambiati? Come siamo diventati adulti? Sempre nel 2006 usciva Hannah Montana, la serie televisiva che racconta la vita di Miley Stewart (interpretata da un’iconica Miley Cyrus) alle prese con la sua doppia vita: di giorno, una semplice liceale; di notte, una pop star mondiale. Con il suo personaggio siamo diventati coraggiosi, abbiamo capito che sognare ad occhi aperti non era poi così sbagliato, ma anche che diventare qualcuno non è più importante di tenersi stretti i propri affetti [che poi, come faceva Lily a non riconoscere la sua migliore amica solo per via di una parrucca?]. Qualche anno dopo, nel 2009, con Hannah Montana: The Movie abbiamo capito che possiamo anche sbagliare, perdere e riprovarci ancora, che è giusto faticare per ottenere ciò che sogniamo, o semplicemente per sopravvivere: la vita è davvero una scalata, e forse ciò che impariamo durante essa è più importante di ciò che troviamo nella vetta.
Più tardi – nel 2010 – con StarStruck - Colpita da una stella abbiamo persino creduto di poter conquistare una star di fama mondiale che, pensa un po’, avrà occhi solo per te! High School Musical e Camp Rock ci hanno mostrato la forza delle connessioni umane – soprattutto se vissute sotto il tetto di una passione che unisce –, dell’amore genuino e dell’amicizia come valore insindacabile.
È vero, forse Disney Channel ci ha reso dei sognatori senza terra sotto ai piedi, ci ha insegnato che tutto è possibile e che ogni desiderio non è troppo lontano se ci credi con tutte le tue forze. Ma siamo ambiziosi, siamo romantici, siamo artisti, siamo individui che lottano con un mondo che cerca di cambiarti, posizionarti, ridimensionarti. Non è vero che siamo una generazione pigra, svogliata, siamo persone a cui è stata mostrata la magia di ciò che può succedere ad inseguire i propri sogni, per poi esser catapultati in una realtà che ti sbatte porte in faccia e ti dice che no, non sei unico, ma sostituibile.
Abbiamo capito da adulti il personaggio di Sharpay Evans: la regina del dramma, giovane donna con un talento sudato, perfezionato giorno dopo giorno, con una voglia matta di realizzare il suo sogno che, però, viene costantemente surclassata da chi il talento lo ha ricevuto in dono senza neanche accorgersene. Gabriella ottiene tutto semplicemente trovandosi al posto giusto, al momento giusto: l’amore, il posto da protagonista nello spettacolo della scuola. Sharpay ha entrambi i sogni fin da bambina, ha bisogno anche dell’affetto – come tutti gli altri suoi coetanei – ma non riesce ad accettarlo, non può ammetterlo, perché la sconfitta sarebbe troppo dolorosa; ed è lì che empatizziamo, forse troppo tardi, con il suo personaggio: la passione e l’ambizione, a volte, non bastano.
Quindi sì, non è tutto accessibile come ci hanno mostrato, si può cadere. Ma come ci si rialza? Me lo sono chiesta spesso in questi mesi. Forse, semplicemente, provando a ritrovare il te bambino, quella voglia di essere, di farsi sentire, di avere la tua dimensione o di costruirtela se serve. Non si tratta dei quindici minuti di celebrità di cui parlava Andy Warhol, ma di sapere che ciò che da sempre vibra dentro di te troverà modo di uscire fuori, esplodere. Non affidiamoci al destino – quello spesso può deluderci – ma alla costanza, al sacrificio, al coraggio di riprovarci anche quando falliamo, anche quando sembra tutto troppo distante, alla volontà di poter decidere noi cosa ci aspetterà oltre la montagna, ma soprattutto, alla voglia di camminare. In fin dei conti: It’s the climb.


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