Siamo persi dentro l’incubo infinito delle backrooms
- Andrea Vittorio

- 11 giu
- Tempo di lettura: 4 min

Quando Sigmund Freud teorizzava il concetto di Unheimlich (uncanny), il perturbante, lo definiva come quella specifica sfumatura dello spavento che risale a ciò che ci è familiare e da lungo tempo noto, che improvvisamente si mostra sotto una luce aliena, distorta, minacciosa.
È in questo emisfero che prende vita Backrooms, lungometraggio del 2026. Più che un semplice adattamento cinematografico di una creepypasta virale, l’opera rappresenta il punto di incontro tra due forme di narrazione che fino a pochi anni fa sembravano appartenere a mondi separati: da un lato il cinema horror tradizionale, dall’altro il linguaggio frammentato, collaborativo e contemporaneo della cultura di Internet.
Per capire la portata di questo evento, bisogna riavvolgere il nastro fino al maggio del 2019, quando un utente anonimo pubblicò sulla bacheca /x/ di 4chan – un forum dedicato al paranormale e all'insolito – la foto sgranata di una stanza vuota, dominata da una moquette consunta e pareti tappezzate di una carta da parati giallognola. Quello scatto, che anni dopo si scoprirà essere stato catturato nel 2002 durante i lavori di ristrutturazione di un banale negozio di hobbistica nel Wisconsin, non conteneva nulla di spaventoso, eppure emanava una forza disturbante. A darvi una forma definitiva provvide un altro utente, che nei commenti coniò il concetto di noclip, mutuandolo dal gergo dei videogiochi: l'idea che, scivolando per errore fuori dai confini della realtà fisica, una persona potesse risvegliarsi in un non-luogo infinito, composto da milioni di miglia quadrate di stanze vuote disposte in modo casuale.
Da quel singolo post è nata una delle più grandi opere di narrazione collettiva dell'era digitale: centinaia di utenti hanno iniziato a mappare questo universo, inventando livelli successivi, annotando regole di sopravvivenza e trasformando un'intuizione in un immenso archivio digitale condiviso.
Per comprendere la maturazione artistica di questo fenomeno, bisogna spogliarsi della necessità di cercare una trama nel senso più tradizionale del termine. Backrooms non terrorizza per quello che accade, ma per il luogo in cui accade.
Una moquette scolorita, una parete divisoria, plafoniere al neon che ronzano a bassa frequenza. Sono tutti elementi che chiunque ha visto almeno una volta in un ufficio, in una sala d'attesa, in un corridoio scolastico. Non c’è nulla di intrinsecamente spaventoso, ma tutto nasce nel momento esatto in cui quell'elemento familiare viene privato della sua funzione, strappato dal contesto logico e ripetuto all'infinito, privo di una via d'uscita, di una finestra sul mondo esterno.
Non ha sorpreso quindi che Hollywood abbia deciso di guardare verso questo fenomeno. La vera sorpresa, però, è che il passaggio dal web al cinema sia avvenuto attraverso il suo principale artefice.
Il film Backrooms è infatti diretto da Kane Parsons, il giovane autore che con la serie YouTube Kane Pixels aveva già ridefinito l’immaginario della creepypasta originale. La sua serie, iniziata nel 2022, ha trasformato le Backrooms in un universo audiovisivo coerente, combinando found footage, horror analogico e worldbuilding fantascientifico. Il progetto ha attirato rapidamente l’attenzione di A24, che gli ha affidato la regia del lungometraggio, diventato uno dei casi cinematografici più discussi dell’anno.
La trama ruota attorno a una terapista che si addentra nelle backrooms per cercare un paziente scomparso dopo aver scoperto un varco verso questa dimensione impossibile. Attorno a questa semplice premessa, il film costruisce un viaggio che intreccia ossessione, memoria e percezione della realtà.
Ma come trasformare in narrazione cinematografica qualcosa che, per definizione, nasce dall’assenza di una narrazione tradizionale? Le backrooms funzionano proprio perché sembrano prive di storia, un errore di sistema. Parsons affronta il problema evitando di tradire la natura del materiale originale: piuttosto che riempire il labirinto di spiegazioni, costruisce un’esperienza che mantiene intatto il senso di smarrimento. Ciò che emerge è un horror profondamente diverso, in cui la paura nasce dalla durata, dalla ripetizione, dal sospetto che non esista alcuna via d’uscita.
La regia di Parsons dimostra inoltre una notevole consapevolezza delle radici digitali del progetto. La grammatica visiva conserva l’influenza del found footage e dell’analog horror, ma la espande attraverso una messa in scena più cinematografica. Al centro dell’esperienza rimane una quiete che diventa progressivamente insopportabile. Lo spettatore non teme soltanto ciò che potrebbe comparire dietro l’angolo: teme che non compaia nulla.
Le Backrooms, di fatti, non sono semplicemente un luogo impossibile. Sono la rappresentazione fisica di una paura molto concreta, quella di restare intrappolati in una vita priva di direzione, in una routine che si ripete all’infinito senza condurre da nessuna parte. Il labirinto diventa una metafora dell’alienazione contemporanea, dei non-luoghi, dell’isolamento che caratterizza molte esperienze dell’era digitale.
Che Backrooms venga ricordato come un capolavoro o come un esperimento imperfetto, il suo valore culturale appare già evidente. È uno dei primi casi in cui una leggenda nata dal folklore partecipativo di Internet riesce a compiere il salto verso il cinema mantenendo intatta la propria identità, a dimostrazione che le paure generate online possono ormai competere con i miti tradizionali dell’horror.
Dopotutto, il vero mostro delle Backrooms non è mai stato nascosto dietro una porta. È sempre stato il luogo stesso, un luogo che sembra ricordarci qualcosa che non abbiamo mai vissuto, ma che continuiamo a riconoscere.


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