Due spicci: i mostri che ci portiamo dentro
- Giorgia Sulfaro

- 3 giu
- Tempo di lettura: 3 min
Questo articolo contiene spoiler.

Ci sono mostri che fanno paura perché li vediamo arrivare. E poi ce ne sono altri, più subdoli, che si nascondono nelle relazioni, nei traumi, nelle aspettative e nelle fragilità che ci accompagnano ogni giorno. Con Due spicci, Zerocalcare costruisce una storia che parla proprio di questi mostri invisibili: quelli che ogni persona si porta dentro e che, prima o poi, è costretta ad affrontare.
La nuova serie animata mantiene tutti gli elementi che hanno reso riconoscibile l'autore romano: l'ironia, il linguaggio diretto, i riferimenti alla cultura pop e l'immancabile Armadillo. Ma rispetto alle opere precedenti sembra spingersi ancora più in profondità nell'esplorazione delle debolezze umane. L'animazione non è soltanto un mezzo espressivo: diventa uno strumento per dare forma a paure e sentimenti che nella realtà sarebbero difficili da raccontare. I mostri della serie, infatti, non sono creature fantastiche, ma rappresentazioni visive di qualcosa di molto reale.
Già nel primo episodio emerge uno dei fantasmi che perseguitano molti giovani adulti: il confronto con le generazioni precedenti. I genitori, alla nostra stessa età, avevano spesso una casa, un lavoro stabile e una famiglia. Oggi il percorso verso l'età adulta appare molto più incerto e frammentato. È un mostro silenzioso, alimentato dal senso di inadeguatezza e dalla sensazione di essere costantemente in ritardo rispetto alle aspettative della società.
Uno dei momenti più significativi arriva nel quarto episodio, quando Zero decide di caricarsi sulle spalle i problemi di Cinghiale, convinto di poterlo aiutare a combattere il proprio mostro. È qui che la serie introduce una delle sue metafore più potenti: quella della fortezza. Attraverso le parole dell'Armadillo, viene descritto quel luogo interiore in cui alcune persone sono costrette a rifugiarsi per sopravvivere alle proprie ferite:
"Puoi rimanere in apnea per un sacco di tempo, puoi fare dei giri, incontrare gente nel mondo esterno, ma quando la giornata finisce tu gli devi dire 'ciao io vado', perché devi per forza tornare nell'unico posto dove puoi riprendere fiato".
La fortezza diventa il simbolo di chi vive una sofferenza che gli altri possono osservare ma non abitare davvero. Ed è proprio in questo episodio che avviene il ribaltamento più importante: Zero smette di essere soltanto la persona che aiuta gli altri ad affrontare i propri mostri e comprende di avere un mostro tutto suo con cui fare i conti.
Nel settimo episodio il tema si sposta sui legami familiari e sentimentali. La lunga conversazione tra Zero e sua madre mostra come anche i rapporti più solidi possano essere attraversati da incomprensioni, silenzi e fragilità.
La serie affronta poi questioni sociali estremamente dure come la criminalità e la violenza sulle donne. Temi che non vengono trattati come episodi isolati, ma come problemi radicati nel tessuto sociale. Qui il mostro non appartiene più al singolo individuo: diventa collettivo, sistemico, alimentato da dinamiche che coinvolgono intere comunità.
Emblematica, in questo senso, è la storia di Montini. Da adolescente viene deriso, emarginato e bullizzato. Anni dopo diventa l'assassino del malavitoso Paturnia. La sua vicenda non cerca di giustificare la violenza, ma pone una domanda scomoda: cosa accade quando una persona viene spinta continuamente oltre il proprio limite? Quando il dolore, l'umiliazione e la rabbia si accumulano senza trovare uno spazio per essere elaborati? Il mostro che nasce dentro Montini è il risultato estremo di una sofferenza lasciata marcire per troppo tempo.
La vicenda di Smeralda permette inoltre alla serie di affrontare il tema della violenza sulle donne e della cultura che spesso la rende possibile. Attraverso il personaggio di Paturnia emerge una figura maschile abituata a esercitare controllo e potere sugli altri, incapace di accettare davvero i confini e la libertà altrui. Zerocalcare evita rappresentazioni sensazionalistiche e sceglie invece di mostrare come la violenza non nasca all'improvviso, ma sia spesso il punto di arrivo di atteggiamenti tossici, possessività e dinamiche di sopraffazione normalizzate. Smeralda diventa così il simbolo di molte donne costrette a confrontarsi con rapporti sbilanciati e con una società che troppo spesso minimizza i segnali d'allarme. In questo contesto il mostro non è soltanto il singolo individuo violento, ma anche l'insieme di comportamenti e mentalità che permettono a quella violenza di proliferare.
Alla fine, Due spicci sembra suggerire che tutti abbiano un proprio mostro. Alcuni imparano a conviverci, altri cercano di nasconderlo dietro mura sempre più alte, altri ancora finiscono per esserne divorati. Zerocalcare non offre soluzioni semplici né finali consolatori. Ci ricorda soltanto che ogni persona combatte una battaglia invisibile e che, spesso, il confine tra chi aiuta e chi ha bisogno di aiuto è molto più sottile di quanto immaginiamo.


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