Il tempo che ci vuole per ritrovare un po’ di pace
- Irene Monti

- 18 giu
- Tempo di lettura: 5 min

Come si può rendere omaggio a un padre che ha vissuto per il cinema? Dedicandogli un film.
Al suo sedicesimo lungometraggio, Francesca Comencini decide che è arrivato il momento di realizzare un’opera che possa ricordare il padre e, allo stesso tempo, aiutarla a perdonarsi, a mettere ordine nei propri ricordi e a guardarli con chiarezza, senza che appaiano più frammentati, tristi e mal collegati dentro di lei.
Luigi Comencini è stato uno dei più grandi registi del cinema italiano. Tra i principali esponenti della commedia all’italiana, ha contribuito a definirne l’identità senza però diventare, nell’immaginario collettivo, uno dei nomi più celebrati e riconosciuti del nostro cinema, nonostante abbia diretto film cult come Pane, amore e fantasia (1953).
Ne Il tempo che ci vuole (2024) Francesca Comencini divide la propria vita in due tempi. Nella prima parte del film, Francesca ha otto anni e vive momenti di quotidiana spensieratezza insieme al padre. Attraverso questi frammenti riusciamo a cogliere l’influenza dell’uomo sulla bambina e il legame speciale e profondo che, giorno dopo giorno, si costruisce tra i due.
Durante le riprese dello sceneggiato televisivo Le avventure di Pinocchio, diretto dal padre, Francesca frequenta il set, finendo persino per comparire davanti alla macchina da presa come piccola comparsa. Parallelamente, legge anche lei la fiaba di Pinocchio. Da questo legame invisibile con il padre nasce una passione altrettanto invisibile: quella per il cinema e per la magia del racconto, che inizia a prendere forma senza che lei stessa se ne renda conto.
La seconda parte del lungometraggio ci porta, attraverso un salto temporale, ai vent’anni di Francesca, ormai giovane donna. La ragazza si trova nel momento in cui si affaccia per la prima volta alla vita adulta, imparando cosa significhi vivere da donna nella società – con le sue frustrazioni e difficoltà – nonostante da bambina le sia sempre stato fatto capire che avrebbe potuto fare tutto ciò che faceva un uomo. Una volta uscita di casa, però, si scontra con la realtà e con la difficoltà di comunicare con un padre i cui valori le appaiono ormai molto lontani dai propri.
La crescita porta con sé anche un’inevitabile frattura: Francesca attraversa un periodo oscuro della propria vita, segnato da scelte autodistruttive e da una profonda difficoltà nel trovare un posto nel mondo. È il momento in cui tutto ciò che sembrava certo vacilla, compreso il rapporto con il padre.
“Ma tu, papà, ce l’hai ancora un corpo?” esordisce Francesca durante una lite con il padre: è arrabbiata, delusa, e porta con sé la paura di chi si ritrova in un mondo nuovo, nel contesto di un’Italia cambiata, insieme alle rivoluzioni che hanno dato vita agli anni ‘70 che conosciamo oggi, e dove pure le persone – compresi Francesca e Luigi – sono cambiate, insieme i loro corpi.
Arriva, quindi, una terza parte, ancora più intensa e ancora più importante.
Al rapimento di Aldo Moro e un contesto sociopolitico palpitante, coincide la ricostruzione del rapporto padre figlia. Luigi, nel tentativo di salvare Francesca dalle sue stesse scelte, assume un comportamento autoritario che finirà per rivelarsi il punto fermo, deciso e stabile, di cui aveva bisogno la ragazza. I due, senza preavvisi, partono quindi verso una nuova città per riscoprirsi e concedersi una seconda possibilità.
In una Parigi che sembra non voler donare nuove vie d’uscita, Francesca è smarrita e incapace di immaginare un futuro per sé stessa; eppure, proprio nel tentativo di rendersi utile al padre – diventato ormai vecchio e segnato da una malattia che gli fa perdere il controllo delle cose – finisce per ritrovare un senso.
Il loro rapporto, a un certo punto, trova una nuova dimora: il cinema. Come se fosse un finale già scritto, è lì che Francesca ritrova il padre, ma anche una parte di sé che credeva perduta. Attraverso il lavoro e la condivisione di quella passione, riesce finalmente a intravedere il proprio futuro, scoprendo di poter avere un sogno e un obiettivo. Comprende che anche per lei, proprio come per suo padre, il cinema può diventare un rifugio, un modo per scappare dalla realtà ma, soprattutto, uno strumento per comprenderla.
Questo percorso la porterà infine a lavorare al fianco del padre durante la realizzazione di Marcellino pane e vino, suggellando una ritrovata vicinanza umana e artistica.
Ciò che rende speciale questo percorso è che il cinema non diventa soltanto una professione o una passione condivisa. È il linguaggio attraverso cui padre e figlia riescono a comunicare quando le parole sembrano non bastare più. Luigi non salva Francesca con grandi discorsi: le offre piuttosto uno spazio in cui sentirsi presente, necessaria, parte di qualcosa. Il set diventa così un luogo di incontro, dove il rapporto può essere ricostruito senza la pretesa di cancellare le ferite che lo hanno attraversato.
Gran parte della forza emotiva del film passa anche attraverso i suoi interpreti. I protagonisti (Fabrizio Gifuni e Romana Maggiora Vergano) riescono infatti a restituire la complessità di un rapporto fatto di affetto profondo, incomprensioni e reciproco bisogno, senza mai cadere nell'enfasi. I loro gesti, gli sguardi e i silenzi raccontano spesso molto più delle parole, contribuendo a rendere autentico un racconto che avrebbe potuto facilmente scivolare nell'idealizzazione del ricordo.
Il film intreccia al racconto autobiografico immagini tratte dalle opere di Luigi Comencini, ma anche da altri film (Rossellini, Méliès, Pialat, Pabst) che sembrano rappresentare l'unione e l'affetto tra il padre e la figlia. Come frammenti di una memoria condivisa, queste sequenze diventano una testimonianza cinematografica dei loro ricordi e dei momenti più significativi vissuti insieme.
La regista, d’altronde, possiede un’esperienza significativa nell’ambito del documentario e riesce in modo efficace ad integrare filmati d’archivio con i nuovi filmati di finzione, evitando le forzature e rendendo l’opera omogenea e impregnata di una forte emotività.
Il risultato è un film che è, allo stesso tempo, un omaggio al lavoro del padre e il ritratto di una storia profondamente reale. Comencini unisce il ricordo affettivo – fatto prima di amore e poi di scontro, di incomprensioni e riconciliazioni – a un racconto raffinato e colmo di stima per il cinema del padre, osservato attraverso il filtro della propria esperienza.
Una delle caratteristiche più affascinanti del lungometraggio è che, nonostante il contesto sociopolitico di sfondo sia interessante e complesso, e la famiglia Comencini sia molto più numerosa di ciò che si vede, sembra come se tutto il resto sparisca per lasciare spazio ai due protagonisti, alla complessità di un rapporto che cambia nel tempo, si spezza e poi si ricompone, e al cinema, che diventa il luogo in cui padre e figlia riescono finalmente a incontrarsi davvero.
Come suggerisce il titolo stesso, il film non ci dice quale sia il tempo definito e necessario alle persone per ritrovarsi. Non esistono svolte improvvise né riconciliazioni perfette: Francesca Comencini racconta un processo lento, fatto di errori, attese e tentativi. Il tempo che ci vuole è quello richiesto per crescere, che a volte comprende provare a capire i propri genitori, incontrarli nelle loro insicurezze e nelle loro ferite – spesso condivise – e, forse, iniziare a perdonare sé stessi.


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