Abbiamo salutato Stranger Things, ma anche una versione di noi stessi
- Andrea Vittorio

- 5 gen
- Tempo di lettura: 4 min
Questo articolo non contiene spoiler.

Quando è terminato l’ultimo episodio di Stranger Things, la sensazione non è stata semplicemente quella di aver concluso una serie televisiva. È stata quella di aver salutato un periodo della vita.
Non perché il finale sia stato perfetto o rivoluzionario, ma perché era inevitabilmente carico di tutto il tempo e le emozioni che ci siamo portati dietro.
Per chi è nato nei primi anni Duemila, Stranger Things ha occupato una posizione unica. Non è arrivata nell’infanzia piena, né in un’età adulta già definita. È entrata in un momento di transizione, quando l’identità era ancora fluida, permeabile, e il bisogno di storie capaci di durare nel tempo era fortissimo. Non l’abbiamo semplicemente seguita: l’abbiamo integrata nel nostro percorso di crescita. Oggi siamo persone diverse e la cosa più onesta che Stranger Things abbia fatto nel suo episodio finale è stata ammetterlo apertamente: siamo cambiati tutti, compresi i personaggi. Hawkins non è più solo un luogo infestato da mostri, ma un posto che racconta la fine dell’infanzia e l’inizio di qualcosa di più complesso, meno rassicurante.
La serie ha sempre raccontato personaggi che non sanno chi sono, ma sanno con chi stare. All’inizio l’identità è relazionale: il gruppo precede l’individuo. È un ritratto estremamente realistico dell’infanzia, in cui il senso del sé è ancora fragile e si costruisce attraverso l’appartenenza. Finché il gruppo resta compatto, il mondo esterno, per quanto mostruoso, può essere affrontato. Quando la serie avanza, però, quella protezione si incrina. I personaggi iniziano a vivere esperienze che non riescono a condividere fino in fondo.
Non parlerò esplicitamente del finale, perché non cerca di stupire a tutti i costi. Non vuole “fare la storia”, ma chiudere un cerchio emotivo, cosa che fa con una delicatezza che, a molti, è sembrata solo debolezza narrativa.
Stranger Things non è mai stata una serie davvero cattiva o crudele. È una storia dell’orrore vista attraverso gli occhi di ragazzi che hanno sempre creduto nell’amicizia come unica arma possibile.
Guardando l’episodio, la cosa che colpisce di più è il tempo che pesa sui volti. Will è stato forse il personaggio che ha incarnato meglio questa frattura. Il suo disagio non è nato dal Sottosopra, ma dal sentirsi sempre leggermente fuori sincrono rispetto al mondo, ma il suo conflitto sempre resta interno, trattenuto. Undici segue un percorso opposto ma complementare. Non deve capire chi è, ma decidere chi non vuole più essere. La sua identità è stata costruita da altri, attraverso il controllo e la violenza. Max introduce un altro livello ancora: il trauma come esperienza che ferma il tempo. Dustin non è più solo un ragazzino iperattivo e buffo, ma qualcuno che ha perso, che sa cosa significa il dolore.
Il finale tiene insieme tutte queste traiettorie senza forzarle, dicendoci non che tutto si sistema, ma che si va avanti portandosi dietro ciò che è stato. È una posizione narrativa coerente con l’età a cui si rivolge: quella in cui si smette di credere che crescere significhi avere tutto sotto controllo.
Mentre loro crescevano, siamo cresciuti anche noi. È impossibile guardare il finale senza ripensare alla prima stagione, a quando tutto era più semplice, più piccolo. I Demogorgoni ci facevano paura, sì, ma era una paura quasi giocosa. Oggi la serie parla di traumi, di lutti, di identità, di responsabilità. Esattamente come la vita di chi l’ha seguita per dieci anni.
Da qui nasce anche la sua forza sociologica. Stranger Things non è solo una serie generazionale: è una struttura di memoria collettiva. Ha accompagnato una generazione cresciuta in un’epoca instabile, senza grandi promesse di futuro, offrendo una narrazione lunga, continua, riconoscibile. È stata una delle poche storie capaci di creare un prima e un dopo condiviso.
È per questo che poche cose, per noi, potranno avere lo stesso peso. Non perché mancheranno prodotti validi, ma perché è cambiato il modo in cui abitiamo le storie. Stranger Things è arrivata quando avevamo ancora il tempo di aspettare, di teorizzare, di affezionarci. Oggi siamo più cinici, più veloci, più protetti.
Ma, una volta, siamo stati anche noi riuniti attorno ad un tavolo: con le bambole, con un set da tè, con dei giochi da tavolo, con delle figurine. E così anche loro tornano, per un’ultima volta, ad interpretare i loro personaggi di Dungeons & Dragons. E poi lasciano che siano i nuovi ragazzi a prendere il loro posto, mentre la cantina resta lì, uguale e diversa allo stesso tempo. È un’immagine semplice, ma potentissima: non dice che tutto è finito, ma che qualcosa continua, anche senza di noi.
Accettare di non essere più i protagonisti, di diventare quelli che guardano da fuori, che ricordano, che raccontano. È una sensazione che fa male perché è vera, perché non riguarda solo i protagonisti di una storia fittizia, ma chiunque stia guardando.
Stranger Things voleva salutarci, con la speranza di non tradire il legame costruito negli anni con noi. Finisce senza il desiderio di essere mitizzata. Lascia che lo facciamo noi, se lo vogliamo, come succede con tutte le cose che hanno significato qualcosa: non perché fossero perfette, ma perché ci hanno incontrati nel momento giusto.
Non è certamente il miglior finale possibile, ma è un finale coerente con quello che la serie è sempre stata: una storia sull’amicizia, sull’essere diversi, sul crescere senza sapere davvero come si fa. Una storia che non promette che andrà tutto bene, ma che qualcuno, accanto a te, ci sarà sempre e che alcuni legami, anche messi alla prova da tempo e circostanze, non si spezzeranno mai.


Commenti