AFTER THE HUNT: la zona grigia dell’umano imperfetto
- Irene Monti

- 21 nov 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 10 dic 2025

Ognuno di noi nasce e cresce con delle regole non scritte da dover seguire, alcune uguali per tutti gli individui del mondo. Sopra queste, un valore fondamentale: sii onesto. Ma cos’è onesto quando la verità non è più qualcosa di oggettivo, ma cambia, a seconda degli occhi di chi la guarda e la voce di chi la racconta?
L’ultimo film diretto da Luca Guadagnino, scritto da Nora Garrett, offre un ritratto della nostra società ambiguo, controverso, ma innegabilmente autentico. After the Hunt sembra voler raccontare di una confessione, ma finisce per mettere da parte il tema della verità, per portare a galla le parti più oscure e contradditorie dell’animo umano.
Il cinema, in effetti, ha un rapporto particolare con la verità: esclusi i documentari e i film tratti da storie vere, spesso si parla di racconti fittizi, personaggi immaginari e dinamiche inventate; alcuni registi, però, si sono presi la briga di spiegare le molteplici facce della verità attraverso le loro opere di finzione. Vinterberg, per esempio, ci svela come quella dei bambini non sia sempre “la bocca della verità” (Il sospetto, 2022), mentre Kore’eda – che invece vede nei bambini gli unici esseri dotati di sguardi puri e incontaminati – mostra con un’abile narrazione a intreccio l’inesistenza di una verità assoluta, ma piuttosto di tante sue diverse versioni (L’innocenza, 2023).
C’è poi chi non ti dice la verità, come Guadagnino. L’ultima battuta del film, che sentiamo un secondo prima dei titoli di coda e che capiamo essere extradiegetica, è la parola “cut!” (stop!) esclamata dal regista stesso. La mossa sembra strategica, poiché rivela la messa in scena, la finzione – eterna protagonista del cinema – che serve però a mostrarti la realtà.
Rispetto agli altri lavori di Guadagnino, infatti, in questo film sembra che la macchina da presa prenda una certa distanza dai suoi personaggi e dalla storia che li vede coinvolti. I corpi sono ancora centrali, con un’immancabile attenzione alla fisicità e al tatto, ma il pubblico non è profondamente immerso nell’emotività dei protagonisti, il film non prova a farlo empatizzare con sentimentalismi spiccati, ma lo rende spettatore nel senso più concreto della parola: sembra di spiare – con distanza emotiva ma vicinanza fisica – conversazioni accademiche e perlopiù filosofiche, dibattiti sulla moralità e sulle trasformazioni socioculturali, e persino confessioni private. Questo origliare e sbirciare pezzi di dialoghi, telefonate, messaggi, sembra avere il compito di darci degli indizi che dovranno indirizzarci nell’intricata storia, fino a portarci alla risoluzione dell’enigma.
Succede, invece, che il discorso sulla verità e sull’atto sotto inquisizione viene continuamente sviato, mettendo sotto i riflettori il vero oggetto d’interesse di Guadagnino: l’imperfezione umana. After the Hunt è stato accusato di raccontare male, e con poco rispetto, la prospettiva delle vittime di violenza, ma il suo obiettivo non era questo, anzi, il film non ha un messaggio morale. Attraverso l’arte della finzione, ci mostra dall’esterno l’ambiguità e la contradizione della nostra contemporaneità.
I personaggi sono emotivamente molto più coinvolti dai loro affari personali, come il successo professionale, che da dilemmi etici e responsabilità morali su cui apparentemente sembra volersi concentrare il film. Essi, infatti, si mostrano spesso come incoerenti e imperfetti, molto probabilmente a causa di traumi passati che ognuno di loro elabora in modo diverso. Ciò li rende fastidiosi, a tratti, ma soprattutto autentici e quanto più possibili vicini alla realtà: una zona grigia che non tollera più una visione manichea. Non esistono buoni o cattivi, ma solo esseri umani che vivono tentando di fare la cosa giusta, di comportarsi in modo politicamente corretto, moralmente giusto, socialmente apprezzato. Ma sbagliano, e lo fanno perché i loro obiettivi sono più importanti dell’etica che decantano con forza.
Un personaggio, in particolare, sembra prendersi la scena pur non essendo uno dei protagonisti principali: Frederik, interpretato da Michael Stuhlbarg. Con il suo atteggiamento passivo aggressivo si tiene saccentemente distante dai discorsi degli altri, fino a sovrastarli provocatoriamente con la musica a tutto volume (ricordando il marito di Anatomia di una caduta), non perché non gli importano o perché non è capace di affrontarne il peso, ma perché – probabilmente – ne intuisce la profonda contraddizione. Anticamente romantico e legato ad un’idea di amore solido e radicato, Frederik accetta una quotidianità monotona, accanto ad una moglie che sembra ormai non bruciare più di passione per lui, ma godendo di piccoli momenti di felicità come ascoltare un'opera corale di John Adams (“my beloved Adams!”) mentre prepara la colazione. Forse è questo il raggiungimento della pace interiore.


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