top of page

Al mio paese, il suono di chi parte ma continua a guardarsi indietro


Che cos’è davvero “casa”? Un luogo in cui tornare o uno da cui, prima o poi, si è costretti a partire? 


È da questa domanda che sembra nascere Al mio paese, il nuovo singolo di Serena Brancale insieme a Levante e Delia Buglisi; un brano che si presenta come una celebrazione delle radici, ma che, sotto la superficie, lascia emergere un sentimento più complesso: quello di un’appartenenza che pur scaldando, non sempre basta a trattenere.


Il pezzo risulta così caldo e avvolgente, costruito su un ritmo che rende la melodia molto fisica. La Brancale porta con sé quella dimensione della musica quasi rituale, che affonda nelle tradizioni del Sud; Levante interviene con una scrittura più evocativa, capace di trasformare immagini quotidiane in frammenti poetici; mentre Delia aggiunge un’urgenza contemporanea, una freschezza che rende il brano vivo e più immediato (come già emerso nel suo inedito di X Factor 2025 SICILIA BEDDA).

Le tre artiste non si sovrastano, ma si muovono come parti di un unico racconto. E qui entra in gioco il vero cuore del brano: il Sud, un incontro tra la Puglia di Serena Brancale e la Sicilia di Levante e Delia non come semplice sfondo geografico, ma come dimensione emotiva e culturale. Al mio paese non si limita a evocare immagini come le piazze, le notti d’estate, gli odori, la musica che riempie le strade, ma prova a trasformarle in esperienza condivisa. Il Sud diventa ritmo, corpo, memoria, qualcosa che si sente prima ancora di essere raccontato


Eppure, proprio quando il brano sembra raggiungere il suo apice, emerge una crepa. Perché quel Sud così vivo, accogliente, pulsante, nella realtà quotidiana è spesso anche un luogo che non riesce a trattenere.


C’è un’intera generazione che ascolta questo brano con una doppia reazione: da una parte il riconoscimento, dall’altra una sottile malinconia. Sono i fuorisede, quelli che hanno lasciato il proprio “paese” per necessità: studenti, lavoratori, artisti che hanno dovuto spostarsi per costruire qualcosa che, nel luogo da cui provengono, sembrava impossibile. Per loro, il “paese” raccontato dal brano è una realtà sospesa, il posto in cui si torna, non quello in cui si resta, che si attiva nei ricordi, nelle feste comandate, nelle estati brevi ma intense.


Ma esiste anche un’altra prospettiva, meno raccontata e forse ancora più dolorosa: quella di chi vorrebbe restare, di chi non sogna di partire, ma di costruire un futuro possibile nel proprio territorio, senza dover rinunciare alle proprie ambizioni. Eppure, a queste persone viene spesso ripetuto da insegnanti, familiari, contesti sociali che per farcela davvero bisogna andare via, come se il talento avesse bisogno di migrare per essere riconosciuto. Come se il “paese” fosse, per definizione, un limite e non una possibilità. E così il desiderio di restare si trasforma in un conflitto interno: tra l’amore per le proprie radici e la pressione a lasciarle per realizzarsi.


In questo senso, Al mio paese assume una dimensione ancora più complessa. Non è solo un inno, ma anche un cortocircuito emotivo, perché mette in scena un Sud che accoglie, mentre molti vivono un Sud che spinge a partire; racconta di una casa che vibra di vita, mentre per tanti quella casa è diventata un luogo intermittente. Eppure, sarebbe riduttivo fermarsi a questa contraddizione. Perché il brano ha anche il merito di restituire dignità e forza a un immaginario spesso banalizzato: c’è un tentativo sincero di raccontare il Sud come spazio creativo, come energia contemporanea, come luogo capace di generare cultura e non solo nostalgia.


È una canzone che ti fa ballare, ma anche pensare. Che ti riporta a casa, ma ti ricorda che quella casa, per molti, è diventata un luogo da attraversare più che da abitare. E in questo equilibrio fragile, autentico, a tratti doloroso, si nasconde la sua verità più profonda: il “paese” non è più solo un semplice luogo.


Commenti


© 2025 by MOVIMENTO 095.
Powered and secured by Wix

bottom of page