Anche Runway deve fare i conti col tempo
- Giorgia Sulfaro

- 4 mag
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A quasi vent’anni dal primo Il Diavolo veste Prada, tornare tra i corridoi di Runway significa ritrovare un immaginario che nel frattempo è diventato cultura pop. Tacchi, sguardi taglienti, battute ormai entrate nel lessico collettivo — ma soprattutto un universo che oggi non è più lo stesso.
Se nel 2006 il film raccontava l’ingresso di una ragazza inesperta in un sistema feroce e seducente, il sequel sposta lo sguardo su un’altra crisi: quella dell’editoria fashion e del potere delle riviste tradizionali nell’era digitale. Runway non è più intoccabile, e proprio questa fragilità diventa il centro narrativo del film. La storia ruota attorno a un mondo che deve reinventarsi, stretto tra nuove logiche mediatiche, trasformazioni culturali e perdita di centralità.
Il cambiamento più interessante è forse quello di Miranda Priestly. Rimane glaciale, controllata, chirurgica — sarebbe quasi un tradimento immaginarla diversa — ma nel sequel appare meno invincibile. Il potere non le appartiene più in modo assoluto. La sua autorità ora deve confrontarsi con un contesto che non obbedisce più automaticamente alle vecchie regole. È una sfumatura sottile ma efficace: Miranda non si è ammorbidita, semplicemente il mondo attorno a lei non è più quello di prima.
Anche Andrea Sachs porta addosso il peso del tempo. Non è più la ragazza spaesata che osservava tutto da fuori. Ha costruito una voce professionale, ha esperienza, ha una consapevolezza diversa. Il punto interessante è proprio questo: il ritorno a Runway non ha il sapore di una resa, ma di un confronto più maturo con il proprio passato.
E poi c’è Emily Charlton, probabilmente uno degli sviluppi più riusciti. Se nel primo film era la macchina perfetta del sistema — nervosa, feroce, affamata di approvazione — qui diventa una figura più autonoma, più compiuta, quasi simbolo di chi ha imparato a sopravvivere senza farsi inghiottire del tutto dal meccanismo.
Nigel Kipling, nel primo film, era molto più di un semplice direttore artistico: era una delle poche figure capaci di leggere davvero il funzionamento di Runway e, allo stesso tempo, di mostrare ad Andrea cosa si nascondesse dietro il glamour. Ironico, tagliente, ma anche sorprendentemente umano. Nel sequel la sua presenza porta con sé qualcosa di diverso. Nigel conserva l’eleganza, l’intelligenza e quella capacità di muoversi dentro il sistema con naturalezza, ma sembra guardare quel mondo con una consapevolezza ancora più profonda. Se nel primo capitolo rappresentava chi conosceva perfettamente le regole del gioco, qui diventa quasi il simbolo di chi ha imparato a osservarle da una prospettiva più ampia. Nigel ricorda che Runway non è stato soltanto un luogo di competizione e ambizione, ma anche uno spazio attraversato da relazioni, alleanze e momenti di autentica comprensione. In un film che parla di cambiamento, Nigel resta una presenza preziosa proprio perché tiene insieme memoria, esperienza e quel sottile disincanto di chi sa che anche i mondi più brillanti, prima o poi, devono fare i conti con il tempo.
Sì, il messaggio del film arriva — ma non sempre fino in fondo. Si prova a parlare del declino delle riviste, della pressione del digitale, dell’identità professionale dentro un ecosistema che cambia continuamente. È un tema contemporaneo e anche molto interessante, soprattutto perché tocca non solo la moda ma in generale il giornalismo e la produzione culturale.
Il limite è che a volte resta più evocato che davvero scavato. L’idea c’è, il potenziale pure, ma in alcuni momenti il film preferisce il fascino della reunion e della nostalgia a un’esplorazione più radicale del conflitto.
Il sequel gioca in modo molto consapevole. Non punta soltanto al fan service, ma usa piccoli rimandi visivi, verbali e simbolici per costruire continuità. Ci sono ritorni di battute, dinamiche riconoscibili, richiami estetici e soprattutto la sensazione di rientrare in uno spazio familiare che però non è identico a se stesso. È probabilmente questa la cosa più riuscita: il film non prova a rifare il 2006, ma a mostrare cosa resta quando quel tempo è passato.
QUANDO RUNWAY ESCE DALLO SCHERMO
Una delle mosse più intelligenti della campagna promozionale è stata rendere Runway reale. La rivista è stata lanciata in edizione speciale fisica e digitale, trasformando un oggetto simbolico del film in un vero elemento di marketing. In copertina c’è Emily Charlton, presentata come nuova figura di potere — una scelta perfetta perché comunica immediatamente il passaggio di tempo, l’evoluzione del personaggio e il tema del film stesso. Non è solo merchandising: è worldbuilding. Il pubblico non guarda soltanto Runway, può quasi toccarla. Ed è una trovata particolarmente brillante: in un film che parla di editoria, trasformare la rivista in un oggetto reale significa far coincidere perfettamente narrazione e promozione.
Il Diavolo veste Prada 2 non vive solo di nostalgia. Prova a raccontare cosa succede quando il prestigio incontra il tempo, quando il potere deve fare i conti con il cambiamento, quando un’istituzione culturale scopre di non essere eterna.
Forse non approfondisce ogni intuizione quanto avrebbe potuto, ma resta interessante proprio perché non parla soltanto di moda. Parla di identità, lavoro, trasformazione — e di quella sensazione un po’ malinconica che arriva quando ci si accorge che persino i mondi che sembravano immortali devono reinventarsi.


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