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CIVIL WAR: siamo anestetizzati di fronte all’estetica della violenza? 

Aggiornamento: 10 dic 2025

Uno dei miei film preferiti dello scorso anno è, senza dubbio, Civil War di Alex Garland. Un’opera che non ha ottenuto l’attenzione che meritava, per grandiosità tecnica, impatto visivo quanto emotivo, e soprattutto perché fin dalla prima visione dimostra di essere uno dei film più coraggiosi degli ultimi anni. 


Un viaggio on the road verso l’occasione della vita, l’ultimo film di Garland ha un ritmo estremamente coinvolgente, riesce a tenerti incollato allo schermo e non lascia la tua pelle neanche dopo averlo finito: è difficile smettere di pensare a ciò che hai visto e alla sensazione di angoscia che ti ha lasciato.  


In un futuro prossimo, gli Stati Uniti sono lacerati da una seconda guerra civile. Un gruppo di giornalisti e fotoreporter decide di intraprendere un pericoloso viaggio verso DC – assistendo alle più crude atrocità della guerra - per intervistare il presidente prima che la città venga occupata, e per non lasciarsi scappare la probabile occasione di immortalare le sue ultime parole. 


I protagonisti con cui affrontiamo questo viaggio sono interpretati da un cast degno di nota: Kirsten Dunst nel ruolo di Lee – il capitano della squadra – è eccezionale. Il suo sguardo spento, a metà tra il distacco e la sofferenza, è magnetico e difficile da dimenticare. Non da meno i suoi colleghi: Joel (Wagner Moura) e Sammy (Stephen McKinley Henderson) contribuiscono a disegnare un quadro di personaggi mai perfetti, non stereotipati, superiori ad ogni tipo di sentimentalismo. Per questi motivi, e chiaramente anche grazie ai loro attori, risultano straordinari. Per non dimenticare la giovane Jessie, interpretata da una bravissima Cailee Spaeny, che forse più di tutti compie un viaggio che ci porterà a riflettere sulla crudeltà del loro lavoro.  


Alex Garland firma il suo lavoro più ambizioso, e di certo il più spettacolare. Moltissime delle scene sono realizzate con una macchina a mano impressionante, in cui ogni passaggio risulta studiato perfettamente per poi fermarsi su inquadrature precisissime e centrate sul soggetto, con una fotografia sublime capace di regalarci dei veri e propri quadri memorabili. Il momento della caduta di Jessie in mezzo alla massa di corpi è in questo senso folgorante: lo sgomento di un momento che diventa, cinematograficamente, bellezza. È così che Garland cattura, allo stesso tempo, la bellezza nell’orrore e l’orrore della bellezza.  


Il regista ha più volte dichiarato che si tratta di un “film apolitico”, ed effettivamente la narrazione rimane sempre un po’ vaga. A dire il vero, Garland non ci dice molto sulla dittatura: sappiamo che il presidente è al suo secondo mandato, ottenuto con forza – e questo ci dice già qualcosa riguardo alla natura della sua ideologia – ma non sappiamo come siamo arrivati a questo punto della storia. L’azione infatti, per tutta la durata del film, è filtrata attraverso gli occhi dei giornalisti e della lente della loro macchina fotografica, lasciando quindi che il racconto rimanga distante dalla situazione politica.  


Vero è, però, che risulta difficile non vedere nel presidente di Civil War non solo dei chiari riferimenti a Trump, ma anche a diversi leader politici del nostro tempo e ad una situazione di spaccatura interna che non riguarda solo gli Stati Uniti, ma tutto l’Occidente.  


L’impressione è quella che Garland voglia mostrarci una realtà in cui è ormai impossibile definire chi sono i buoni e chi sono i cattivi, e dove la protagonista è ormai la violenza. In contrapposizione a questo rifiuto di una polarizzazione manichea, troviamo una delle scene più significative di tutto il film. Un militare spietato interpretato da un magistrale Jesse Plemons sorprende e trattiene il gruppo di giornalisti dando inizio così al momento con più suspence di tutta l’opera e pone, ad un certo punto, una domanda fondamentale: “what kind of americans are you?”. Lo spettatore è pietrificato, la domanda è rivolta anche a lui. Non serve essere americani per sentirsi presi in causa. Garland, per tutta la durata del film, ci sbatte in faccia l’estetica della violenza di un mondo che tutti conosciamo fin troppo bene e, a un certo punto, ci viene chiesto: “tu da che parte stai?”. 


In una realtà estremamente mediatizzata come la nostra, Marshall McLuhan definiva il mondo come un villaggio globale, ovvero uno spazio interconnesso, in cui le informazioni viaggiano immediatamente e le distanze fisiche non sono più un limite. La conseguenza è che ciò che accade dall’altra parte del globo, riesce ad avere un impatto emotivo diretto su di noi grazie alla velocità con cui le notizie ci raggiungono. Da un lato, ansia e senso di impotenza affliggono gli individui, soprattutto i più empatici; dall’altro troviamo invece un effetto di assuefazione: l’eccesso di immagini di guerra e morte sono diventate normalità mediatica, ci hanno anestetizzato alla violenza e hanno ridotto quell’impatto emotivo che i contenuti generavano agli inizi dell’era digitale.   


Cresce la sensazione che la condizione privilegiata in cui viviamo stia lentamente dissolvendo l’idea di interconnessione empatica con il mondo. I nostri stessi meccanismi di difesa, che ci portano a distogliere lo sguardo da ciò che accade nel mondo – e persino nella nostra stessa società – finiscono per allontanarci dalla partecipazione attiva, dalla possibilità di scegliere quando ci viene concesso e, soprattutto, dal coraggio di prendere quella fatidica posizione. 


I militari che si fanno seguire dai giornalisti all’interno della Casa Bianca sono il risultato puro e crudo della spettacolarizzazione della violenza, e del ruolo che i media hanno in questo. Il finale di Civil War  forse è scontato, ma ci colpisce allo stesso modo e quella che vediamo è una sequenza da pelle d’oca. Il passaggio di testimone è necessario. La nuova generazione si impossessa della visione e Jessie, compiuto il suo viaggio – fisico e interiore – ha imparato a catturare la morte.  

 

 

 

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