Cosa accadrebbe SE I GATTI SCOMPARISSERO DAL MONDO?
- Paola Arcifa

- 15 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 3 feb

Trent’anni, un lavoro da postino, giornate silenziose e un gatto di cui prendersi cura. Quando gli viene diagnosticata una malattia incurabile e gli restano solo poche settimane di vita, il protagonista comincia a pensare a una lista di dieci cose da fare prima di morire. Ben presto, però, le cose prendono un’altra direzione; il Diavolo in persona gli propone un patto: in cambio di ventiquattro ore di vita in più, dovrà rinunciare ogni giorno a qualcosa che esiste nel mondo. Telefoni, orologi, film? In apparenza non sembra un grande sacrificio: dopotutto, si può vivere anche senza. Ma ogni oggetto porta con sé un ricordo e comporta una separazione dolorosa, capace di cambiare il destino del protagonista e di chi gli sta accanto. Per questo, quando Satana avanza delle pretese sulla rinuncia ai gatti, il ragazzo si ferma a riflettere: vale davvero la pena guadagnare ventiquattro ore al prezzo dell’amore di un micino e di tutto ciò che rappresenta e ha rappresentato nella sua vita?
Questa la trama del libro di Kawamura Genki, Se i gatti scomparissero dal mondo (2012, trad. italiana a cura di Anna Specchio); ma ridurre questo romanzo a una semplice successione di eventi significherebbe perderne il cuore pulsante.
Il libro comincia in modo delicato ma in qualche modo ironico, via via diventa sempre più profondo e serio, con uno stile di scrittura è relativamente semplice e diretto. Inizia allora un viaggio che dura ben sette giorni.
A partire da questa premessa quasi surreale, Se i gatti scomparissero dal mondo si trasforma in un’intima meditazione sul tempo, sulla memoria e sul valore delle relazioni umane. Ogni rinuncia imposta dal patto con il Diavolo non è mai solo materiale: un’assenza che costringe il protagonista, così come il lettore, a interrogarsi su quanto la nostra identità sia costruita attorno a ciò che amiamo, perdiamo e ricordiamo. La scomparsa degli oggetti dal mondo funziona come una metafora dell’inevitabilità della perdita e della fine. Quando vengono meno, resta un vuoto in cui emergono domande scomode: cosa rimane di noi quando ciò che ci definiva non esiste più? Quanto e cosa siamo disposti a sacrificare pur di rimandare il fatidico giorno?
È proprio nel momento in cui la rinuncia coinvolge i gatti che il romanzo tocca il suo nucleo emotivo più profondo. Infatti, il gatto del protagonista, Cavolo, non è soltanto un animale domestico, ma un legame vivo, che incarna l’affetto incondizionato e la continuità della vita… è casa. Pensare a un mondo senza lui diventa improvvisamente insopportabile, perché equivarrebbe a immaginare un mondo più freddo, più solo. Il momento in cui l’animale comincia a parlare ha qualcosa di disarmante. Non è un espediente fantastico fine a sé stesso, ma un dialogo che forse il protagonista non ha mai avuto il coraggio di immaginare: in quelle parole c’è gratitudine, e c’è perdono. Il gatto non chiede di essere salvato, non pretende di esistere a ogni costo, ma è grato per il tempo condiviso, per le cure, e in questo sta la sua lezione più dolorosa: l’amore autentico non trattiene, non ricatta, non pesa. Esiste, e basta.
In sottofondo, come un’eco costante, aleggia la figura dei suoi genitori. La madre, con la quale aveva un rapporto quasi viscerale, rendendosi finalmente conto di quante rinunce ella abbia fatto pur di mettere il figlio sempre al primo posto, di come sia stata forse la sola ad averlo veramente osservato e capito, a conoscere ogni piccolo dettaglio di lui. E il padre (un orologiaio), il cui rapporto irrisolto, fatto di distanza, silenzi e rimpianti, diventa un altro tassello fondamentale; questo distacco avviene quattro anni prima rispetto i fatti raccontati nel libro, durante la malattia e la successiva morte della madre, poiché gli appare freddo e incapace di esprimere ciò che prova, non riuscendo a perdonargli il fatto di aver preferito riparare l'orologio della madre piuttosto che starle accanto gli ultimi istanti di vita. Solo più tardi il protagonista riuscirà a empatizzare con la figura paterna, comprendendo che quel suo modo di fare gli permetteva di non crollare.
Infatti, la figura del padre da distante e incompresa, si rivela essere un punto focale di riconciliazione e comprensione del senso della vita e delle relazioni familiari. Avvicinandosi alla fine, mentre la sua vita viene consumata giorno dopo giorno, il protagonista ripercorre i ricordi e ritrova una scatola di vecchi francobolli: piccoli regali del padre, tracce di un legame costruito nell’infanzia attraverso gesti minimi e mai spiegati. Tutto il romanzo, allora, si rivela per quello che è davvero: una lunga lettera che il protagonista scrive al padre per dirgli ciò che non ha mai saputo dire, per rimettere insieme i pezzi della loro storia e riconoscere finalmente il suo modo di amare. Nel finale, con un ultimo gesto di speranza, decide di non spedire quella lettera, ma di consegnarla di persona, portando con sé il gatto Cavolo da affidargli dopo la sua morte.
Kawamura Genki, così, forse intende suggerirci che non perdiamo davvero le persone quando se ne vanno, ma quando smettiamo di interrogarci sul legame che abbiamo avuto con loro.
Il romanzo, pur affrontando temi complessi come la morte e la solitudine, non scivola mai nel pessimismo. Al contrario, invita a una forma di consapevolezza: accettare la fine della vita come condizione necessaria per dare valore a ogni istante. L’autore ci ricorda che non sono le cose a rendere piena una vita, ma le relazioni, i gesti quotidiani, l’amore silenzioso che spesso diamo per scontato.
Se i gatti scomparissero dal mondo è quindi una storia semplice solo in apparenza, capace di parlare con delicatezza di ciò che più ci spaventa. Un libro che non offre risposte definitive, ma fa emergere qualcosa che riguarda tutti noi; d’altronde, Kawamura stesso sceglie di non dare un nome al protagonista, elevando la sua esperienza su un piano più universale.



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