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DICIANNOVE: Giovanni Tortorici firma il suo esordio, ed è generazionale 

Aggiornamento: 10 dic 2025


Dal 4 luglio è disponibile su Mubi l’esordio alla regia di Giovanni Tortorici. Presentato nella sezione Orizzonti alla 81ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, DICIANNOVE  è uscito nelle sale italiane a febbraio di quest’anno. 


Il film racconta del primo anno da studente universitario fuorisede – tra complessità e frustrazioni - di Leonardo Gravina, diciannovenne palermitano. La storia è autobiografica, Manfredi Marini infatti non interpreta soltanto Leonardo, ma veste i panni del giovane regista che decide di aprire uno spaccato della sua vita al grande pubblico, finendo per realizzare – forse involontariamente – un’opera generazionale. 


Anche Marini, classe 2005, è al suo esordio e la sua prova attoriale non delude, anzi. L’attitudine e lo sguardo un po’ annoiato ricordano alcune delle principali caratteristiche dell’interprete Lorenzo Zurzolo, già apprezzato dal panorama italiano – e non solo – per la particolare presenza scenica. I primi piani sull’attore palermitano, infatti, mettono in risalto le sue micro-espressioni vere e spontanee, che rendono ancora più credibile la sua performance.

 

Il film è prodotto da Luca Guadagnino, di cui Giovanni Tortorici è stato assistente nella serie We Are Who We Are, e le affinità tra i due registi sono visibili, a partire dall’evidente influenza rohmeriana che li accomuna. Lo stesso attore protagonista ha raccontato in un’intervista per The Italian Rêve che durante le riprese, Tortorici lo ha introdotto alla Nouvelle Vague, facendogli vedere numerosi film del periodo e trasmettendogli un vero e proprio amore per quel cinema. 


Il protagonista inizialmente lascia Palermo e raggiunge la sorella a Londra, poco dopo però, questa si rivela essere la scelta sbagliata. Decide allora di andare a Siena e iscriversi alla facoltà di lettere: la sua vera passione. Lo spettatore non è stupito, già dai primi minuti del film, infatti, entriamo in contatto - indiretto - con l’animo da lettore di Leonardo, questo perché il regista ci lascia intravedere libri come quello all’interno della sua valigia (Cronica di Dino Compagni), o come quello che tiene sul comodino (Lettere familiari di Annibale Caro). Entrambe sono letture non convenzionali per un ragazzo di diciannove anni: si tratta di una letteratura conservatrice, di figure legate – tra il 300 e il 500 – allo sviluppo della lingua e della prosa italiana. D’altronde, più avanti, vedremo una tenerissima scena di Leonardo mentre piange ascoltando una poesia di Giacomo Leopardi. 


A Siena, il protagonista sembra aver trovato il suo posto, ma è solo un’illusione iniziale. Presto capiamo che il suo malessere è interiore, è il senso di smarrimento che consegue al passaggio dall’adolescenza ai vent’anni ed è, sostanzialmente, quello che rende quest’opera un coming of age dove è facile rispecchiarsi.  


La sua solitudine si trasforma in una tristezza grottesca, rendendo il film crudo, vero, e a tratti persino tragicomico. La scena in cui, steso sul letto e con tono apatico, dice parlando a sé stesso «Mi voglio suicidare. Mi voglio ammazzare. Voglio schiattare. Crepare. Decedere. Voglio uccidermi. Vabbè, ci vuole pazienza» ricorda tanto un film di Moretti quanto una tipica pagina di diario di Pavese.  


«Alla fine uno si sente incompleto ed è soltanto giovane» scriveva Calvino, e quella che prova Leonardo è proprio la tipica rabbia di un ragazzo che fa fatica a sentirsi capito. I genitori sembrano sminuire le sue preoccupazioni e al tempo stesso ingigantire quello che per lui è superficiale; il professore universitario delude le sue aspettative tanto da spingerlo a pensare ad un’invettiva contro di lui; gli interessi dei suoi coetanei – o ancora peggio delle nuove generazioni – sono così lontani da lui che lo mandano in crisi.  


Ed è così che il vagabondaggio tra le strade di Siena si fa metafora di una frustrata incertezza giovanile, grazie anche all’abile utilizzo del montaggio – a volte inaspettatamente brusco – e a dei movimenti di macchina in cui l’immagine sembra quasi capovolgersi ruotando su sé stessa. Le frequenti riprese dal basso, che sembrano richiamare una tecnica tradizionalmente orientale, danno inoltre l’impressione che persino la terra pesi su Leonardo.  


Il giovane cerca quindi un punto fermo, e lo trova nelle parole. In quelle ben scritte. Più precisamente è legato alla letteratura italiana pre-novecentesca, in cui cerca sé stesso o meglio, quello che vuole essere. Come dirà nel dialogo finale con lo psicologo, in quegli scritti trova la morale, e ad essa si aggrappa perché ne sente il bisogno: con essa sarebbe stato più felice, non avrebbe fatto certe cose. Di fatti, Leonardo a tratti ha paura di cedere alle sue pulsioni carnali, alcune di esse le tiene per sé. Dice di non apprezzare Pasolini ma è alla visione di Salò o le 120 giornate di Sodoma che si lascia andare a stimoli che non riesce a sublimare. Per questi motivi, negli scrittori che tanto venera, cerca un rigore che lui stesso è, spesso, incapace di seguire. 


Torino, un anno dopo: alla fine del film, il nostro protagonista si ritrova faccia a faccia con uno psicologo con cui parla della sua passione per la letteratura e della sua volontà di diventare uno scrittore. Su Pasolini sembra avere dei ripensamenti, su Gramsci invece è ancora convinto: la sua scrittura è troppo semplice. Quello a cui assistiamo, però, è finalmente un confronto maturo. Leonardo ammette il suo bisogno di morale ma è più tollerante, aperto al prossimo, sembra non volere ragione a tutti i costi, è semplicemente cresciuto. E quella che vediamo è, se pur apparentemente banale, la dimostrazione di come – a vent’anni – il mondo intorno a noi cambi velocemente, di quanto sia possibile crescere in un solo anno e di quanto, allo stesso tempo, sia ancora lunga la strada da percorrere per trovare la propria identità

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