Dieci Capodanni attraverso l'amore e il tempo
- Andrea Vittorio

- 14 gen
- Tempo di lettura: 4 min

Non tutte le serie, per funzionare, hanno bisogno di raccontare tutto. Ce l’hanno già insegnato titoli come One Day e Normal People. Eppure, al di là delle dinamiche sentimentali tra due giovani che si rincorrono per un decennio, nella serie spagnola diretta da Rodrigo Sorogoyen — regista spagnolo in ascesa — si racconta ben altro.
Si racconta di una generazione sospesa, una generazione che, superati i trent’anni, si interroga su come mantenere vive relazioni che nascono con speranza ma che, spesso, si dissolvono in fretta, come se fossero destinate a svanire in un soffio. Una generazione che si chiede se ci sia davvero qualcosa di sbagliato nell'annoiarsi e come conciliare il proprio percorso di crescita personale con il mantenere una coppia che non imponga sacrifici sull'identità dell'altro.
Dieci Capodanni (Los años nuevos) costruisce il proprio racconto su un’assenza: quella del tempo quotidiano. Non vediamo lo scorrere dei giorni, non seguiamo passo dopo passo l’evoluzione dei personaggi. Vediamo solo dieci giorni, uno all’anno, sempre lo stesso: Capodanno. Quello che succede nei mesi che non vediamo resta fuori campo, come accade nella vita reale quando proviamo a ricostruire il passato attraverso i ricordi.
È una scelta che potrebbe sembrare limitante e che invece diventa il cuore pulsante della serie. Dieci Capodanni, infatti, non è tanto una storia su ciò che accade quanto su ciò che cambia.
Ana e Óscar sono i due poli intorno a cui ruota l’intero racconto. si conoscono per caso una notte di Capodanno. Lui medico internista precario in pronto soccorso, lei barista in un locale di Madrid. È l’ultima sera del 2015, hanno entrambi trent’anni, lui l'ultimo nato del 1985, lei la prima del 1986.
Li incontriamo in una fase iniziale della loro vita adulta. Non sono personaggi eccezionali, né costruiti per essere idealizzati. Sono riconoscibili, imperfetti, a volte contraddittori e, per questo, credibili. Lui è meticoloso, diffidente, abituato a una vita ordinata, fatta di certezze e percorsi già tracciati. Ha pochi amici, sempre gli stessi, che per lui sono un porto sicuro. Lei è brillante, inquieta, sempre alla ricerca di qualcosa che non sa definire. Cambia spesso strada, amici, passioni, inseguendo ogni impulso senza mai sentirsi davvero appagata.
Anno dopo anno, li rivediamo in momenti sempre diversi della loro relazione e della loro crescita individuale: si innamorano, ridono, parlano, festeggiano, bevono, ballano, fanno l’amore, litigano, si lasciano, soffrono, prendono decisioni importanti. Crescono. Cambiano.
Ma tutto questo, come accennato, accade quasi sempre fuori campo. Noi non assistiamo alle scelte nel momento in cui vengono fatte, ma le scopriamo dopo o le intuiamo da una frase detta a metà, da un tono di voce. Sorogoyen si affida a dialoghi estremamente precisi, che suggeriscono, lasciando allo spettatore il compito di immaginare il resto.
Il loro Capodanno diventa così una soglia temporale. È un tempo sospeso per definizione, in cui si tirano le somme dell’anno appena concluso e si fanno promesse per quello che verrà. È la notte dei bilanci, dei buoni propositi, delle aspettative. In quello spazio, la serie trova il suo linguaggio. Ogni episodio è attraversato da quella strana tensione che conosciamo tutti: qualcosa sta finendo e qualcos’altro sta iniziando, senza che sia mai del tutto chiaro cosa.
È così che i personaggi assegnano voti agli anni che si chiudono, progettano futuri che spesso non si realizzeranno, si raccontano versioni di sé che forse non sono più vere. E noi, guardandoli, non conosciamo solo Ana e Óscar, ma anche tutto ciò che li circonda: gli amici ed i partner che entrano ed escono dalle loro vite, i genitori che restano sullo sfondo ma ne condizionano le scelte, le case che cambiano, le abitudini che si trasformano.
Dieci Capodanni è una serie profondamente interessata alle relazioni, ma non solo a quella centrale. Attraverso i frammenti che ci vengono mostrati, osserviamo altri modi di stare insieme, altre forme di amore, altri tentativi di costruire legami stabili in un contesto emotivo e sociale sempre più incerto. Non c’è mai una risposta definitiva su cosa sia giusto o sbagliato, ma solo l’osservazione attenta di esseri umani che cercano, spesso senza riuscirci, di capire chi sono e cosa vogliono.
Dieci anni, sulla carta, sono molti. Nella serie possono sembrare un attimo o un’eternità, a seconda del momento in cui incontriamo i personaggi. La relazione tra Ana e Óscar, però, non viene mai raccontata come un grande amore destinato a vincere ma nemmeno come una storia fallimentare. È una relazione intermittente, fatta di ritorni e di pause. Una relazione che esiste nel tempo più che nello spazio e che sembra resistere proprio perché non trova mai una definizione definitiva. Sorogoyen non la giudica e non la romanticizza, lasciando che venga osservata con sguardo lucido e umano. Ha saputo quando aprire una finestra sulla Vita e quando richiuderla.
La storia di Ana e Óscar non offre, a noi spettatori, una conclusione vera e propria. Non perché voglia essere ambigua a tutti i costi, ma perché sarebbe falso fare il contrario. Dieci anni non risolvono una vita, ma possono certamente orientarla. Dieci Capodanni rappresenta la continua ricerca di qualcosa che, quando finalmente lo incontriamo, respingiamo, sopraffatti dalla paura che annebbia ogni speranza. Una vita che a momenti sembra vuota, come le chiacchiere insignificanti intorno a una tavola imbandita.
Il racconto si chiude, ma la vita continua a scorrere, ricordandoci che non siamo noi a muoverci nel Tempo, ma lui, anno dopo anno, a muoversi dentro di noi.


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