Eternity: l’amore come misura di noi stessi
- Andrea Vittorio

- 22 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min

Il cinema contemporaneo ama immaginare l’aldilà come un luogo di risposte, come uno spazio in cui ciò che nella vita resta irrisolto trova finalmente una forma definitiva, ordinata e spesso consolatoria. Eternity fa l’opposto.
Il dopo-morte che mette in scena non chiarisce, non assolve e non sistema, ma trasforma l’eternità in un territorio instabile, dominato dall’incertezza e dalla responsabilità individuale, dove l’unica vera richiesta è prendere una decisione.
Eternity, commedia diretta da David Freyne e presentata in anteprima al 43° Torino Film Festival, sposta il proprio centro narrativo dalla morte, evento improvviso e quasi secondario, all’atto del decidere. L’eternità qui non è un premio, né una condanna, ma una possibilità che va scelta.
Joan (Elizabeth Olsen), la protagonista, si risveglia in un aldilà atipico, più simile a un luogo di transito, caratterizzato come una stazione di scambio anni 50, il Junction. Qui le viene spiegato che dovrà scegliere con chi trascorrere l’eternità. Le opzioni coincidono con due amori che hanno segnato la sua vita in due modi radicalmente diversi: da una parte Larry (Miles Teller), il marito con cui ha condiviso una lunga esistenza fatta di stabilità, compromessi e affetto costruito nel tempo. Dall’altra Luke (Callum Turner), il suo primo amore, morto giovane in guerra, rimasto intatto nel ricordo e nella possibilità mai realizzata di un futuro insieme. A Joan viene concesso un tempo limitato per ripercorrere quei legami e decidere quale dei due rendere eterno.
La permanenza è tutt’altro che serena: in alcuni momenti richiama l’ansia di un destino prestabilito che abbiamo già visto in The Lobster di Yorgos Lanthimos, rielaborata però attraverso una palette cromatica più vivace e un tono leggero, ironico e lievemente surreale. In questo spazio sospeso l’amore sembra rappresentare l’unica via di fuga possibile, trovando nel trio Olsen–Teller–Turner degli interpreti perfettamente affiatati.
La dimensione della simpatia è sicuramente un obiettivo che Eternity tenta costantemente di raggiungere. Il film invita lo spettatore a immedesimarsi in Joan e a porsi, insieme a lei, una domanda essenziale: conta di più l’amore immaginato, mai vissuto, o quello reale, conosciuto fino in fondo?
Sotto l’apparente leggerezza della commedia romantica con elementi fantasy, Eternity utilizza questa premessa per parlare di identità. La scelta che Joan è chiamata a compiere non riguarda soltanto chi amare, ma quale versione di sé stessa rendere definitiva. Il film suggerisce che l’identità non sia qualcosa di fisso, ma qualcosa che costruiamo nel tempo, fatta di ricordi e, talvolta, possibilità abbandonate. Finché siamo vivi, questa narrazione resta aperta, ma nell’aldilà del film, viene richiesto di fermarla.
I due uomini non rappresentano semplicemente due amori, ma due direzioni esistenziali. Larry lo definiremmo come la continuità: il tempo che passa, l’amore che si trasforma, la relazione che sopravvive. Luke è invece l’interruzione: l’amore incompiuto, cristallizzato in una giovinezza eterna.
Da una parte l’amore ordinario, spesso imperfetto, dall’altra il desiderio platonico.
Scegliere uno dei due significa quindi scegliere quale storia raccontare di sé per sempre, quella di chi si è diventati o quella di chi si sarebbe potuti essere.
È significativo che questa decisione avvenga in uno spazio burocratico. L’eternità non è rappresentata come qualcosa di etereo ma come un sistema organizzato con regole, tempi e scadenze… in cui riesce comunque a vigere il caos. In ogni padiglione si cerca di vendere la merce migliore: dall’universo privo di uomini a una Germania degli anni ’30 senza nazisti. Un quadro ironico nel quale il capitalismo regna anche nel post-mortem.
Questa scelta estetica ridimensiona l’idea romantica del “destino” e restituisce alla decisione una dimensione totalmente umana e – possibilmente – erronea, difettosa.
David Freyne costruisce la tensione su un semplice punto: non esiste una scelta giusta in senso oggettivo. Ogni possibilità è legittima e, allo stesso tempo, insufficiente.
Scegliere Larry significa accettare il peso del tempo, con tutte le sue imperfezioni. Scegliere Luke significa rifugiarsi in un’immagine idealizzata. Il film non giudica mai questa dicotomia e si rifiuta di prendere una posizione netta: si limita a mostrarne il costo emotivo.
Non siamo definiti solo da ciò che abbiamo vissuto, ma da ciò che decidiamo di rendere eterno. L’amore, in questo contesto, smette di essere soltanto un sentimento e diventa un criterio di scelta, uno specchio attraverso cui interrogare la versione di noi stessi che siamo disposti a portare oltre il tempo. L’eternità non è il luogo in cui tutto si risolve e trova senso, ma quello specifico istante in cui qualcosa viene fissato nel tempo, insieme a tutte le rinunce che questo comporta.


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