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Formula 1: Drive to Survive ha cambiato per sempre la narrazione sportiva

“Ecco, ci siamo.. Concentrati.. Velocità, sono pura velocità. Un vincitore, 21 perdenti: i perdenti io me li mangio a colazione. Colazione? Forse avrei dovuto fare colazione, ora mi sentirei meglio.. No no no, resta concentrato.. Velocità.. Sono più che veloce. Sono più che rapido, sono una saetta!”

Se anche voi, come me, avete questa frase impressa in memoria, significa che siete cresciuti a pane e motori. Fu proprio grazie al film Cars – Motori Ruggenti (Disney, 2006), che il me di 6 anni si appassionò alle corse automobilistiche, ma in particolare alla Formula 1

Guardando le corse negli anni però, ho notato che dal 2018 qualcosa è cambiato nello sport: è cambiato il modo di raccontarlo

Fino al 2017, infatti, il circus della Formula 1 vedeva via via più appassionati abbandonare lo sport: gli ascolti erano in forte calo, l’interesse generale era pari a zero, principalmente a causa del dominio di Lewis Hamilton e di casa Mercedes. Eppure, le gare di oggi sono le più seguite della storia, con record che vengono abbattuti ogni anno, per ascolti e numeri di biglietti venduti. Ma cosa è cambiato in questi ultimi anni da ribaltare così tanto la situazione?


Facciamo un passo indietro. Alla fine della stagione 2016, il gruppo Formula 1 viene venduto a Liberty Media per 4,4 miliardi di dollari. L’azienda in questione è il colosso del broadcasting americano, la società che è stata in grado di cambiare tutto grazie ad una mossa — a mio avviso — geniale: il docufilm Formula 1: Drive to Survive, realizzato da Netflix. Di cosa si tratta?


Dalla stagione di Formula Uno del 2018, tutto il paddock viene seguito a strettissimo contatto da una troupe, la quale registra tutti i retroscena che il broadcasting tradizionale non riesce a cogliere. Drive to Survive fu un esperimento di successo: i fan non desideravano altro che vedere tutto quello che si nascondeva dietro i caschi dei piloti e le barriere degli hospitality.  La serie non si prefiggeva l’obiettivo di accontentare i fan più accaniti ma, al contrario, di avvicinare un nuovo tipo di pubblico, quello che alla Formula 1 non si era mai interessato, che non la conosceva. Infatti, la serie riesce a spiegare tutte le dinamiche del weekend di gara, illustrando come funzionano le prove libere, le qualifiche e la gara, con un linguaggio molto semplice e non professionistico.


Drive to Survive non ha solo portato una ventata d’aria fresca all’interno della fanbase dello sport motoristico per eccellenza, ma è riuscita a cambiare la narrazione stessa della Formula 1. Rendendo umani i piloti, narrando le loro storie, mostrandoci piccoli sprazzi della loro personalità, della loro routine e del loro percorso nel mondo delle corse automobilistiche. Umanizzare così tanto i piloti rende ancora più strabiliante ciò che fanno, rende possibile sognare di essere come loro, o meglio, di essere loro. Nel passato, infatti, i piloti erano visti più come miti, forse per colpa dei caschi che indossano, che di fatto disumanizzano la persona dietro la visiera.


Il cambiamento non è avvenuto all’improvviso ma in maniera lenta e organizzata. Un esempio di come il programma abbia rivoluzionato il modo di narrare lo sport è l’ascesa del pilota monegasco Charles Leclerc. Coincidenza vuole che la prima stagione di Drive to Survive sia stata anche la prima del pilota del Principato in Formula 1, rendendo il suo percorso il primo ad essere documentato per intero dalla serie. Charles viene idolatrato: il pubblico lo vede come una figura amica, un ragazzo come noi, quello della porta accanto, ma con un piede veloce e un contratto multimilionario con la scuderia Ferrari. Cambia, così, per sempre la narrazione sportiva.  

Le emulazioni non sono mancate da parte di tanti altri motorsport come, ad esempio, MotoGP Unlimited, una copia carbone ma con i piloti della top class del motomondiale (segue, tra gli altri, l’ultimo anno in corsa di Valentino Rossi).


Formula 1: Drive to Survive è riuscita a rinnovare uno sport sull'orlo del baratro, trasformandolo in un fenomeno culturale che muove non solo masse di capitali non trascurabili, ma che mobilita annualmente milioni di tifosi affamati di velocità e tanti bambini che sognano di essere, anche solo per pochi minuti, come i loro idoli. Questo è il potere della narrazione.

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