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HERE: un’inquadratura per raccontare una vita intera

Aggiornamento: 10 dic 2025



Immaginate di aver realizzato uno dei film più visti nella storia del cinema, uno di quelli entrati nel cuore di tutti e capace di commuovere gente di tutte le età. Adesso immagina di prendere i due attori protagonisti di quella storia e fargli interpretare un nuovo film, trent’anni dopo, ancora più emozionante. 


È esattamente questo quello che ha fatto Robert Zemeckis, regista di Forrest Gump (1994), che ha compiuto la magia scegliendo di riunire Tom Hanks e Robin Wright in un film che supera le aspettative: Here (2024).  


In un’epoca in cui ci sembra di aver già visto ogni cosa, in cui è difficile stupire e trovare un’idea innovativa, stravolgente, il cinema - come un po’ tutte le altre forme d’arte - tenta spesso di lasciare lo spettatore a bocca aperta con movimenti di macchina da montagne russe ed effetti speciali mai sperimentati prima. E l’America in questo ne è maestra. Zemeckis invece, colpisce nel punto giusto, e comprende che il vero modo per lasciare il segno è arrivare al cuore


Eccetto per l’utilizzo necessario dell’intelligenza artificiale (Hanks e Wright dovevano pur tornare così giovani in qualche modo) ma non troppo fastidioso, il regista lascia stare le acrobazie tecniche e sceglie la semplicità utilizzando una sola inquadratura immobile per tutto il film, ciò che vediamo è un salotto. 


All’interno di questa casa viene raccontata la storia d’amore di Richard (Tom Hanks) e Margaret (Robin Wright), e non solo. In quel salotto conosceremo anche la storia della loro famiglia: dai genitori di Richard, proprietari della casa, alla nascita e crescita della loro unica figlia Vanessa. 

Ma non è finita qui. All’interno dell’unica inquadratura vedremo la nascita di quel posto, inteso non solo come casa, ma come luogo vero e proprio: dall’era dei dinosauri, per poi passare all’insediamento dei nativi americani, fino ad arrivare alla costruzione della casa, quella casa, dove vedremo passare tutto il Novecento, con le varie e diverse famiglie che sono passate per quel salotto. 


Capiamo subito che qui, here, non è solo lo spazio che esiste adesso e che abitiamo, ma è il frutto del lavoro che ha compiuto il passato, che gli ha dato un’identità e che lo ha plasmato.  


Il viaggio nel tempo si trasforma quindi in una riflessione su quest’ultimo che non può lasciare emotivamente impassibili, ma che pone delle domande. Com’era chi c’è stato prima? Migliore? Peggiore? Chi siamo stati noi, da bambini, da ragazzi? Che sogni avevamo? Come siamo cambiati? Quando siamo cambiati? Perché siamo cambiati? 


Zemeckis racchiude emozioni, speranze, desideri e tormenti, dentro ad una cornice. Quello a cui assistiamo è il viaggio dell’essere umano. La nascita e la morte, l’amore e la sua perdita, sogni che prendono vita e sogni che vanno in frantumi. 


Dentro a questo viaggio che non riguarda solo il singolo individuo ma l’intera esistenza, ci aspettiamo di vedere il progresso, la rivoluzione, ed è così in effetti: assistiamo all’invenzione di una poltrona meccanica, viene introdotta la televisione e i mobili diventano sempre più contemporanei. Ma quando arriviamo al presente, qualcosa ci obbliga a riflettere.  


In uno degli spaccati temporali vediamo la nascita della casa, allora una signorile residenza coloniale, costruita da schiavi afroamericani. In altre sequenze, vediamo ancora persone di pelle nera compiere i lavori più duri e spesso di servitù, una condizione normale per trovarci alla fine del diciottesimo secolo.  


Quando però conosciamo la famiglia Harris – afroamericana e che capiamo essere una delle più vicine a noi temporalmente vista la presenza del Corona Virus nelle loro vite – assistiamo ad una conversazione padre figlio che ci porta a rivalutare il significato di evoluzione. Il padre sta spiegando al figlio adolescente Justin come comportarsi se dovesse venire fermato da un poliziotto, di rimanere concentrato, porgere i documenti e “pregare che quel giorno quell’agente abbia deciso di agire lucidamente”. Non è una scena che ha bisogno di molte parole, ma che ci porta a riflettere su quanto sia importante il progresso tecnologico e digitale quando un’intera comunità ha ancora paura ad uscire di casa. Forse, non siamo andati molto lontano.  


Il film si conclude con i due protagonisti principali nel 2024, ancora una volta in quel salotto, dentro quell’inquadratura che solo per l’ultimo minuto del lungometraggio decide di spostarsi e farci vedere uno scorcio di quella casa, quella in cui Richard e Margaret hanno vissuto.  


Senza spoiler, si tratta di una delle scene più struggenti apparse sul grande schermo negli ultimi anni e che dà vita, insieme al carico emotivo di tutto il film, ad una commovente riflessione sulla memoria. Ciò che abbiamo e non abbiamo vissuto, le avventure e le cose di cui ci siamo privati, compongono un puzzle nel retro della nostra mente che pian piano, negli anni, costruisce la nostra identità. I pezzi di quel puzzle sono i ricordi.  


Spesso ci sembra che la vita ci corra davanti e ci sentiamo impotenti, non possiamo rallentare il tempo o fermarlo per vivere più intensamente le emozioni di un momento. Possiamo provare, però, a fare in modo che un giorno, guardandoci indietro, riconosceremo di aver provato ogni sentimento in modo autentico, e che anche i ricordi dolorosi, possano essere colorati di una lezione ben imparata. Forse è questa l’importanza di ricordare, e non sarebbe lo stesso se non avessimo la paura di non farlo più.  


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