IL DIAVOLO VESTE PRADA 19 anni dopo: moda, potere e lavoro precario
- Giorgia Sulfaro

- 13 ott 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 10 dic 2025

Era il 13 ottobre 2006 quando Il Diavolo Veste Prada arrivava nelle sale italiane, con Meryl Streep nei panni della glaciale Miranda Priestly e Anne Hathaway in quelli della giovane e ingenua Andy Sachs. All’apparenza, un film sulla moda: abiti griffati, redazioni, sfilate. In realtà, un ritratto spietato del lavoro, delle ambizioni e dei compromessi che ognuno di noi, prima o poi, si trova a fare. Diciannove anni dopo, questa commedia sofisticata resta un cult, perché riesce ancora a parlare di noi: del peso della carriera, della lotta tra identità e conformismo, del precariato giovanile e del femminismo in un mondo che cambia.
DAL GUARDAROBA AL BOARDROOM: LA MODA COME INDUSTRIA GLOBALE
Prima di Il Diavolo Veste Prada, la moda al cinema era spesso raccontata come frivola, un universo patinato e superficiale. Il film ribalta la prospettiva: la moda non è un gioco, ma un’industria miliardaria che influenza gusti, consumi e cultura. Il celebre monologo del “ceruleo” di Miranda non è un momento di superbia, è un momento di scoperta – per Andy e per tutti noi – che il suo “semplice” maglione blu è in realtà il frutto di scelte economiche e creative che muovono interi mercati. Non si tratta solo di vestiti: la moda è potere, linguaggio, identità. E da lì in poi, nessuno l’ha più considerata mera estetica.
OGGI, SAREBBE LA STESSA COSA?
Il 2006 era l’epoca delle riviste glamour, delle copertine che facevano tendenza, della carta stampata che contava. Oggi, invece, il mondo della moda e dei media vive nei feed di Instagram e TikTok, tra influencer, fast fashion e discussioni su sostenibilità e inclusività.
Con i suoi silenzi taglienti e gli sguardi glaciali, Miranda Priestly sarebbe oggi un’icona di potere femminile o piuttosto un mostro da smascherare? In un’epoca di great resignation e di critiche ai modelli tossici di leadership, la sua figura oscilla tra il mito della donna che ce l’ha fatta e il simbolo di un sistema da abbattere.
Nel 2023, Borrelli ha condotto uno studio sulla situazione lavorativa dei giovani italiani durante la pandemia da COVID-19. Ha rilevato che tra i giovani lavoratori la causa principale delle dimissioni volontarie è l’insoddisfazione professionale, seguita da stipendi bassi e dal bisogno di un miglior equilibrio vita-lavoro. Proprio come Andy, molti ragazzi e ragazze di oggi si chiedono se il prezzo da pagare per “fare carriera” non sia troppo alto.
E Andy? Forse oggi non sognerebbe più il giornalismo tradizionale, forse diventerebbe content creator, aprirebbe una newsletter indipendente o un podcast. Le aspirazioni cambiano, ma il dilemma resta: come emergere senza perdere se stessi?
MODA, POTERE E FEMMINISMO
Miranda Priestly è una figura ambigua, ed è proprio questa ambiguità ad averla resa un’icona. È l’emblema dell’empowerment femminile spietato: ha conquistato un ruolo dominato dagli uomini, ma lo esercita con le stesse armi del potere patriarcale. È rivoluzionaria perché incarna l’autorità che raramente vediamo in una donna sullo schermo, ma è anche tossica perché perpetua dinamiche oppressive.
Un’analisi del 2015 ha mostrato che i leader tossici vengono percepiti più negativamente se donne: i comportamenti autoritari di una Miranda Priestly, per esempio, tendono a essere giudicati più duramente rispetto a quelli degli uomini (How toxic leaders are perceived: gender and information-processing, Chua & Murray, 2015).
Il film mette in scena un conflitto eterno: la donna in carriera costretta a sacrificare la vita privata. Miranda ha divorzi alle spalle, Andy rischia di perdere il fidanzato e gli amici. Diciotto anni dopo, la domanda non è cambiata: davvero una donna deve ancora scegliere tra affetti e successo?
IL LAVORO COME GRANDE ANTAGONISTA
Quindi, sotto i cappotti Chanel e tacchi Jimmy Choo, si nasconde un ottimo spunto di riflessione sul lavoro. Miranda rappresenta il sistema competitivo e spietato che chiede sacrifici totali, e Andy incarna la generazione che si piega pur di “farsi le ossa”.
Il mito del lavoro perfetto attraversa tutta la storia: Andy accetta un impiego che non ama perché “aprirebbe tutte le porte”, come tanti giovani che ancora oggi accettano stage non retribuiti, contratti precari o ruoli lontani dai propri sogni. Ma il prezzo da pagare è altissimo: sacrificare identità, affetti, salute mentale. Molti lavoratori, soprattutto giovani, sperimentano burnout a causa di precarietà e orari infiniti, e che la ricerca di strategie di adattamento (come il job crafting, cioè reinventare il lavoro per renderlo più sostenibile) è sempre più diffusa. Andy, con i suoi cappotti prestati e le notti insonni, diventa così la perfetta metafora di una generazione che ancora si chiede se valga la pena dare tutto al lavoro.
CONCLUSIONE
Diciannove anni dopo, Il Diavolo Veste Prada non è solo un film da rivedere con nostalgia: è uno specchio che continua a riflettere le nostre ansie e i nostri sogni. Ci mostra che la moda è un linguaggio globale, che il potere femminile è ancora complesso da raccontare e che il lavoro – inteso come opportunità – resta il più grande antagonista della nostra generazione.
La vera domanda che il film lascia aperta non è “vale la pena sacrificarsi per la carriera?”, ma piuttosto: siamo noi a dover adattarci al sistema, o sarà il sistema, prima o poi, a cambiare per noi?


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