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Il giardino segreto e l'arte di rendere abitabile il dolore


C’è qualcosa di stranamente familiare nel guardare Il giardino segreto (The Secret Garden, Marc Munden, 2020), sesto adattamento cinematografico dell'omonimo romanzo del 1910 scritto da Frances Hodgson Burnett.


Questa sensazione è data dall’atmosfera che costruisce: infatti, viene quasi spontaneo pensare a quei fantasy per ragazzi dei primi anni 2000 fatto di case immense e silenziose, bambini solitari, creature invisibili, giardini nascosti e mondi che sembravano esistere oltre una porta socchiusa. Un immaginario che attraversa pellicole come I segreti di Moonacre, Una serie di sfortunati eventi o Le cronache di Spiderwick: storie per ragazzi, sì, ma capaci di raccontare emozioni profondamente adulte; film in cui il fantastico non era mai solo puro intrattenimento, ma un linguaggio, un modo per dare forma a ciò che non si riesce a dire ad alta voce… lutto, isolamento, crescita, paura. Tutto trovava spazio in quell'immaginario senza bisogno di essere nominato direttamente.


Un tipo di film che aveva spesso ritmi più “lenti”, storie costruite più attorno a quello che i personaggi portano dentro che all'avventura in sé. Un cinema in cui il meraviglioso non arrivava come spettacolo, ma come conseguenza: emergeva lentamente, quasi per necessità, perché i personaggi ne avevano bisogno per sopravvivere a ciò che stavano attraversando. 


Il film di Marc Munden sembra voler recuperare proprio quella sensibilità… E forse è questo il suo aspetto più interessante. 

La giovane Mary Lennox, rimasta improvvisamente orfana, viene mandata a vivere nella grande e isolata tenuta dello zio nel cuore della campagna inglese. Tra corridoi silenziosi, stanze proibite e segreti nascosti, Mary scopre lentamente un luogo dimenticato che cambierà non solo il suo modo di vedere il mondo, ma anche quello delle persone che la circondano.

La grande casa in cui Mary (Dixie Eggerickx) viene mandata dopo la morte dei genitori è costruita quasi come un organismo in decomposizione: corridoi inquietanti, stanze fredde, tendaggi pesanti e fruscii. La villa non è soltanto uno sfondo gotico, ma anche il riflesso del trauma dei personaggi che la abitano: tutto appare fermo, congelato, incapace di andare avanti. Anche i corpi sembrano adeguarsi a quello spazio: il cugino Colin è immobile nel suo letto convinto di non potersi muovere, lo zio è chiuso nella sua perdita, i domestici si muovono in silenzio come se temessero di disturbare qualcosa che non si vede.


Ed è qui che il giardino assume il suo significato simbolico più forte. Nel film, la natura non rappresenta semplicemente la magia o l’avventura: più che raccontare la scoperta di un luogo magico, il film sembra voler sottolineare il tentativo disperato di rendere abitabile una ferita. Il giardino è uno spazio sospeso, né del tutto reale né del tutto immaginario, in cui i personaggi cercano di sopravvivere a ciò che dentro la casa viene continuamente represso, un luogo mentale prima ancora che fisico. La natura sboccia o degrada insieme al loro stato d'animo; lo spazio si espande o si restringe a seconda di quanto i protagonisti riescono ad avvicinarsi a quello che provano.


Non a caso, il film accentua moltissimo la dimensione fantastica di questo spazio. Il giardino non è mai davvero realistico: le radici sembrano muoversi, la luce ha qualcosa di irreale e i confini tra sogno e veglia si fanno sempre più porosi. Non si tratta di magia nel senso tradizionale del termine, non ci sono incantesimi o creature soprannaturali, ma di qualcosa di più sottile: il fantastico come stato emotivo, come condizione interiore che prende forma nello spazio esterno.


In fondo, ognuno di noi ha un proprio giardino, anche se non lo chiama così. È lo spazio in cui andiamo quando il peso diventa troppo: può essere una stanza, una playlist, un'ora del giorno che teniamo solo per noi, il mare, un angolo sicuro. Luoghi o rituali che non risolvono niente, ma in cui non dobbiamo essere altro da quello che siamo, senza doverci giustificare.


Il giardino del film mi ha fatto pensare proprio a questo; non guarisce Mary o Colin, non cancella quello che hanno perso, ma li lascia semplicemente esistere in un posto in cui non devono fingere di stare bene.


La fotografia lavora proprio sul contrasto: interni grigi e desaturati contro il verde acceso degli spazi esterni, spazi chiusi contro una natura che invade tutto. 

Il film di Munden preferisce l'impatto visivo all'intimità, e non sempre riesce a trovare equilibrio tra emozione e spettacolarizzazione: alcuni momenti sembrano forzare il senso di meraviglia invece di lasciarlo emergere. 


Ma proprio in questa sua criticità c’è comunque qualcosa di affascinante e che riesce a lasciar un’impronta: Il giardino segreto sembra appartenere a un immaginario in cui il fantastico non serve a fuggire dalla sofferenza, ma a darle una forma.




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