Il Mondo brutale, fanatico ma familiare di 28 anni dopo
- Carlo Lacagnina

- 28 gen
- Tempo di lettura: 3 min

Memento Mori — “ricordati che devi morire” — incarna un auspicio positivo o una cronica rassegnazione alle avversità della vita?
Incontriamo questo detto latino più volte nella saga cinematografica ideata da Danny Boyle e Alex Garland. Arrivata alla sua quarta incarnazione, la saga di 28 giorni dopo ci narra le vicende di un’Inghilterra traviata dal virus della rabbia.
Iniziata nel 2001 con 28 giorni dopo con la regia di Danny Boyle (Trainspotting) e la sceneggiatura di Alex Garland (Civil War), la saga si rinnova con un capitolo non diretto dal regista originale, ma da Nia Dacosta (The Marvels). Non è la prima volta che un film della saga non viene diretto da Boyle, infatti il secondo film, 28 settimane dopo, vede alla regia Juan Carlos Fresnadillo (Damsel). Questo secondo capitolo fu peró fallimentare sia per la critica sia per gli spettatori, tanto che venne, in seguito, considerato non canonico nell'universo narrativo di Boyle.
Nel primo film seguiamo Jim (Cillian Murphy), un rider che si sveglia dal coma 28 giorni dopo lo scoppio dell’epidemia. Attraverso i suoi occhi viviamo non i primissimi giorni di una crisi apocalittica ma i giorni in cui si è tutto — o quasi — sedimentato. Registicamente incredibile, Boyle confeziona una Londra vuota e tetra, dove i silenzi si sostituiscono ai clacson e al caos della metropoli europea, rappresentata alla perfezione nonostante il budget ridotto.
Nel capitolo uscito nel 2025, veniamo catapultati 28 anni dopo gli eventi del primo film. L’umanità continua a sopravvivere e veniamo introdotti in questo nuovo mondo attraverso gli occhi del giovanissimo Spike (Alfie Williams). Spike è il figlio di uno dei cacciatori della comunità, Jamie, interpretato da uno strepitoso e aitante Aaron Taylor-Johnson, e di Isla (Jodie Comer), una madre morente con deliri e dissociazioni dalla realtà. Osserviamo quindi la parabola familiare di Spike, il quale si vede costretto ad abbandonare la sicurezza dell'Isola/rifugio per cercare una cura per il misterioso male che ha colpito la madre. Nel corso del suo viaggio veniamo introdotti ai cambiamenti avvenuti dopo 28 anni di infezione di rabbia: gli infetti e l’ambiente sono infatti cambiati, mutati, rendendo la vita umana ancora più difficoltosa. É proprio in questo secondo film che veniamo introdotti a uno dei miei personaggi preferiti di tutta la saga: il Dottor Ian Kelson (Ralph Fiennes).
Il film precedente ci lasciava con Spike che si allontanava dalla comunità e, addentrandosi nel continente, veniva attaccato da un branco di infetti. Viene peró salvato da un misterioso gruppo, comandato dall’eccentrico Jimmy (Jack O’Connell).
Il terzo film, 28 anni dopo – Il tempio delle ossa, uscito nel corso di questo mese al cinema, si apre dove si concludeva il precedente.
Il film ricalca i temi affrontati nei suoi due predecessori, ovvero la sfera familiare e la sopravvivenza dei nostri cari. Il tema della famiglia è sicuramente il più ricorrente in tutta la saga: incontriamo diverse famiglie non tradizionali nel corso dei film, puntando il focus su come gli esseri umani reagirebbero all’apocalisse, tentando con tutte le loro forze di salvare i propri cari.
Nel Tempio delle Ossa ricorrono spesso i temi del fanatismo religioso e della psicosi. Jimmy Crystal rappresenta una sorta di santone, i cui seguaci pendono dalle sue labbra, ascoltando tutti i suoi deliri di onnipotenza. La presenza di scene splatter all’interno della pellicola non è una novità, trasformandosi in tutto e per tutto in un linguaggio narrativo. Le violenze che il gruppo di Jimmy perpetua verso altri sopravvissuti diventano “carità” nei confronti di un'umanità che è stata punita dal diavolo, mandando gli infetti.
L'interpretazione di Ralph Fiennes è magistrale. Vediamo sempre di più un Dottor Ian Kelson devoto alla sua ricerca di un senso, uno scopo. È qui che subentra il rapporto complicato con l’infetto alpha Samson (Chi Lewis-Parry). A mio avviso, una sorta di rapporto padre/figlio estremamente contorto, ma al contempo gestito egregiamente nella sceneggiatura di Alex Garland.
Il finale del film ci dà speranza e ci porta ad avere quasi famelicamente bisogno di vedere l’ultimo capitolo della saga, lasciando sulle spine il percorso di molti personaggi da noi amati.
La pellicola è estremamente scorrevole e di piacevole visione, con l’unica pecca della poca durata. Avrei voluto vedere ed esplorare di più alcuni dei personaggi, per comprendere al meglio la loro caratterizzazione. Consiglio a tutti gli amanti degli zombie movies la visione di questo film. Non rimarrete delusi.
Che sia finalmente giunto il momento della redenzione di Nia Dacosta? Solo il tempo potrà darci la risposta.


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