Il peso (in)visibile dei legami familiari in Sentimental Value
- Andrea Vittorio

- 30 gen
- Tempo di lettura: 4 min

Quanto di ciò che siamo appartiene davvero a noi e quanto invece è il risultato di legami familiari mai risolti?
Candidato a 9 nomination ai Premi Oscar 2026, Sentimental Value ha iniziato il suo percorso cinematografico al Festival di Cannes 2025, dove ha vinto il Grand Prix, arrivando infine al cinema il 22 gennaio.
In Sentimental Value, Joachim Trier firma un’opera che segna un punto di svolta nella sua filmografia, non tanto per un cambio di temi quanto per un ampliamento dello sguardo. In collaborazione con lo sceneggiatore Eskil Vogt, il regista norvegese ha costruito nel tempo una poetica riconoscibile, fatta di personaggi fragili e disillusi, indagando l’identità individuale — come nella Trilogia di Oslo. Qui l’attenzione si sposta su un’identità collettiva e stratificata nel tempo, mettendo in scena un’opera che riflette sul trauma non come qualcosa di isolato ma come materia viva che si trasmette e si trasforma, ritornando e insinuandosi nel presente.
La trama ruota attorno a due sorelle, Nora (Renate Reinsve) e Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), la cui quotidianità viene sconvolta dal ritorno del padre Gustav (Stellan Skarsgård). Uomo carismatico e ingombrante, ex regista di successo, Gustav è stato per anni una presenza assente, più interessata alla propria carriera che al ruolo di padre. Il suo ritorno non è motivato da un sincero desiderio di riconciliazione, ma dal bisogno di dare un senso finale alla propria vita artistica: chiede infatti alla figlia maggiore di partecipare al suo nuovo progetto cinematografico come protagonista ispirata alla figura tragica della madre Karyn (nonna di Nora e Agnes), morta suicida quando Gustav era bambino. Nora inizialmente rifiuta e il ruolo va alla star americana Rachel Kemp (Elle Fanning), che si trasferisce a Oslo per imparare la parte.
Questo ritorno costringe Nora e Agnes a confrontarsi con ciò che avevano cercato di seppellire: ricordi e rancori non dimenticati ma mai elaborati. Trier non costruisce questo conflitto attraverso scontri verbali ma attraverso piccoli gesti ed esitazioni. Il dolore in questo modo non è mai esplicito e si manifesta, ad esempio, nel modo in cui i personaggi evitano certi argomenti o faticano a guardarsi negli occhi.
La casa in cui si svolge il racconto diventa la vera protagonista. Non è solo lo spazio in cui i personaggi si incontrano, ma il luogo che ha visto nascere, crescere e consumarsi i loro legami. Trier la filma con grande attenzione: le facciate, i giardini e gli interni domestici vengono ripresi come se fossero testimoni di ciò che è accaduto durante le generazioni. È uno spazio che accoglie e allo stesso tempo opprime, che tiene unita la famiglia e che consente la ripetizione e trasmissione del trauma.
I rapporti familiari assumono qui una dimensione quasi spettrale. Il passato non è mai davvero passato, ma continua a manifestarsi sotto forma di colpa e angoscia. Padre-figlia, madre-figlio, sono rapporti fantasmatici che infestano il presente anche quando i personaggi cercano di prenderne le distanze. La casa diventa il luogo in cui questi fantasmi si rendono nuovamente visibili.
È proprio in questo spazio che il film intreccia psicanalisi e teatro. La casa, che per generazioni è stata il palcoscenico dei drammi domestici, diventa anche il luogo della finzione dentro la finzione: il set del film che Gustav vuole realizzare, consentendo al trauma non solo di essere ricordato ma di essere messo in scena. Attraverso la rappresentazione, il dolore trova una forma ed è proprio questa forma a permettere una possibile elaborazione.
L’ambizione di Trier sembra guardare apertamente al cinema di Ingmar Bergman. La citazione più evidente è una sequenza che richiama direttamente Persona (1966): il volto di Gustav in primo piano che, attraverso una dissolvenza, si trasforma prima in quello di Nora e poi in quello di Agnes, a rappresentanza dell’opera nel suo complesso: i confini identitari si sfaldano e si sovrappongono, suggerendo una continuità emotiva e traumatica che attraversa le generazioni.
In questo processo, la performance di Renate Reinsve, ormai musa di Trier, è centrale. L’attrice conferma e supera la prova straordinaria offerta in La persona peggiore del mondo, dimostrando una gamma emotiva ancora più ampia. La sua Nora oscilla continuamente tra ironia e depressione, tra desiderio d’amore e furia incontrollata. Complice è senza ombra di dubbio l’interpretazione misteriosa e profondamente affascinante di Stellan Skarsgård.
Il “valore sentimentale” assume così un significato che va oltre l’ambito familiare. Non riguarda solo gli oggetti, i luoghi o i ricordi, ma si estende al teatro e all’arte in generale. È attraverso la finzione che i personaggi riescono a guardare in faccia la realtà. Quando Nora accetta infine di interpretare Karyn, non sta semplicemente recitando un ruolo: sta affrontando i propri fantasmi e quelli del padre, esorcizzandoli. La casa diventa il set ma è anche il set a trasformarsi in casa in un gioco di metanarrazione, annullando la distinzione tra vita e rappresentazione, insinuando che imparare a vivere la vita passi prima dall’imparare a vivere l’arte.


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