La Piccola Amélie e la nascita di uno sguardo
- Irene Monti

- 7 gen
- Tempo di lettura: 4 min

Il 2026 si apre già con un piccolo capolavoro, uscito nelle sale italiane proprio il primo giorno dell’anno: La Piccola Amélie. È sempre difficile provare a capire cosa frulla nella mente di un bambino, che a malapena parla e si muove nello spazio. La creatività visuale di Maïlys Vallade e Liane-Cho Han tenta di spiegarlo con questo film d’animazione, adattamento del bestseller autobiografico (Metafisica dei tubi) della scrittrice belga Amelie Nothomb, mostrando allo spettatore l’ingresso nel mondo di una piccola vita: Amélie.
Amélie cresce in Giappone da genitori belgi. Nei suoi primi anni di vita è una bambina silenziosa, immobile, quasi priva di reazioni: non parla, non piange, non sembra interessata al mondo. Il film racconta questo periodo iniziale come una sorta di stato assoluto, in cui Amélie è chiusa in sé stessa, osservatrice distante della realtà che la circonda. Non a caso la bambina, narratrice della storia, si paragona a Dio: un’entità al di sopra della superficie umana e terrestre.
Il punto di svolta arriva quando Amélie assaggia per la prima volta il cioccolato bianco. Questa esperienza sensoriale improvvisa rompe la sua immobilità: il piacere del gusto risveglia in lei il desiderio, la curiosità e l’interesse per la vita. Da quel momento Amélie “rinasce”: Dio prende corpo.
All’età di due anni e mezzo Amélie inizia finalmente a camminare, e soprattutto a correre, verso una libertà che fino a poco tempo prima non sapeva neanche di desiderare. Le sue domande e il suo sguardo curioso, in cerca del senso delle cose e della natura dei sentimenti umani, le aprono le porte della vita e dell’inizio di ciò che sarà la nascita della sua coscienza.
Affascinata dai piccoli dettagli del mondo, Amélie scopre di sentire la vita intensamente, volendo approfondire tutto ciò vede, percepisce, sfiora. Da bambini tutto sembra possibile, persino far aprire tutti i fiori con un solo tocco e in un attimo far arrivare la primavera. O, ancora, riuscire a intrappolare dentro un barattolo di vetro le sensazioni e la magia della prima volta al mare.
Lo spirito unico di Amélie viene compreso a pieno da due persone in particolare, le uniche che, senza farla sentire diversa, riescono a vederla davvero per ciò che è: luce abbagliante. Si tratta della nonna paterna, che facendole assaporare il cioccolato bianco la riporta in vita, e la giovane tata, Nishio-san. Tra quest’ultima e la bambina nasce un legame speciale e profondo, fatto di gesti quotidiani, presenza e gratitudine.
Sarò proprio Nishio-san a cogliere l’essenza sensibile della piccola, confessandole che il suo nome in giapponese – Ame (雨) – significa pioggia. Amélie fa presto a fare suo quel significato e abbraccia la sua natura: «sono invincibile come la pioggia». Forse sarà un caso, ma ogni volta che succede qualcosa di speciale e importante per la bambina, piove. Come se il cielo accompagnasse le sue emozioni, come se fosse lei a controllare il ritmo dell’universo.
Come quando vede le carpe per la prima volta o come quando, dopo un incidente in spiaggia che stravolge la sua percezione dell’altro, abbraccia la sua famiglia e dice per la prima volta il nome di Andrè, il fratello maggiore che tanto sembrava detestare.
Amélie scopre l’affetto in modo puro, impara ad amare e a conoscere, ma si ritrova anche – a soli tre anni – di fronte ad un lutto importante, e non solo. Deve imparare a salutare le persone a lei care e il luogo che aveva sempre riconosciuto come casa sua. Tra momenti divertenti e buffi, il film affronta delicatamente il trauma dell’abbandono e del cambiamento, con sequenze commoventi e profondamente significative per individui che, nonostante l’età adulta, rivedono negli occhi verdi di Amélie colmi di lacrime, la difficoltà di accettare il mutamento delle cose insieme alla sua ineluttabilità.
L’animazione del film, caratterizzata da linee morbide e irregolari, e colori pastello che vogliono evocare la semplicità dello sguardo infantile, diventa ponte culturale. Il dialogo, a volte scontroso, tra due culture in opposizione viene interiorizzato da Amélie in prima persona – belga di origini ma giapponese per appartenenza emotiva – e rappresentato dai rancori risalenti alla Seconda Guerra Mondiale simboleggiati dall’anziana padrona di casa, Kashima-san. Asia ed Europa si abbracciano grazie ad un incantevole disegno 2D tradizionale, il cui stile ricorda l’animazione europea d’autore, ma la cui poeticità richiama la sensibilità giapponese di cui lo Studio Ghibli è diventato maestro ed influenza globale.
Grazie a questa piccola meraviglia cinematografica riusciamo ad osservare il mondo dal basso, precisamente dall’altezza di una bambina di tre anni. È attraverso gli occhi di Amelie e al suo paragonare la propria esistenza con quella di Dio, che insieme a lei riusciamo a conoscere, e infine apprezzare, le creature umane.
“Se ciò che viene dato verrà preso, non mi resta altro che ricordare.”
Da far guardare ai più piccoli, per insegnare a conservare con cura i propri ricordi felici, e perché la bellezza può ancora salvarci, educando gli occhi dei bambini a saperla osservare.


Commenti