Look Back: l’angoscia della creazione artistica
- Andrea Vittorio

- 10 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min

Una ragazza curva sul foglio, una matita che si muove come se volesse inseguire qualcosa che continua a sfuggirle. Look Back parte da lì, da un gesto quotidiano e quasi innocuo, e pian piano lo trasforma in una lente capace di ingrandire un’inquietudine che molti conoscono bene. Ti accompagna in quella zona silenziosa della mente dove convivono entusiasmo e insicurezza, talento e paura di sprecarlo.
Il film, trasposizione dell’omonimo manga di Tatsuki Fujimoto, sembra volerci parlare di due ragazze – Fujino e Kyomoto – che disegnano, ma in realtà ci racconta tutto ciò che si accumula intorno al gesto creativo: aspettative, paragoni, entusiasmi improvvisi, momenti di blocco. Una montagna russa. È proprio da questa sensazione di corsa continua che si può entrare nel cuore del film. Una sensazione che oggi ha un nome molto preciso: hustle culture.
La hustle culture è nata come filosofia motivazionale, ma nel giro di pochi anni si è trasformata in un vero e proprio stile di vita, in un modello che impone di vivere sempre “al massimo”. L’idea è semplice: produrre, migliorare, superare. Dormire poco, lavorare tanto, non mollare mai. Un’etica che affascina perché promette successo, ma che spesso si traduce in ansia, burnout, autosvalutazione.
Nel mondo creativo è quasi più subdola: prende una passione, qualcosa di intimo e fragile, e la trasforma in una gara a ostacoli. Non si crea più per esprimersi, ma per restare al passo, per non rimanere indietro rispetto agli altri. È l’idea, diventata quasi naturale, che bisogna spingere sempre un po’ di più, che chi si ferma perde. Ed è così che l’ispirazione diventa rendimento ed il talento una promessa da mantenere a tutti i costi.

Look Back mette in scena perfettamente questa trasformazione. Fujino, all’inizio, vive il disegno come un terreno sicuro. È brava, gli altri la riconoscono come tale e questa sicurezza la sostiene. È il suo tratto distintivo, il modo in cui sente di valere qualcosa.
Basta però poco per incrinare quella sicurezza: un commento, un confronto involontario, la scoperta che un’altra ragazza – Kyomoto – disegna meglio di lei. La tensione nasce da lì, da un taglietto piccolo ma profondo: scoprire di non essere l’unica, di non essere la migliore.
Ed è qui che il film cambia: non racconta più il talento, ma il confronto. La reazione di Fujino è istintiva, diremmo quasi infantile, ma in realtà tremendamente umana. Non vuole essere superata, come se il talento e la creatività fossero punteggi da difendere. Da questo momento in poi disegnare per lei non è più un gesto naturale, ma diventa una maratona. Ore e ore sul foglio, sforzi, studio, desiderio di recuperare un distacco che, come scopriremo più tardi, esiste solo nella sua testa.
Non c’è nessuno che le impone di farlo. È lei stessa a mettersi addosso quella pressione. È una voce interna che le ripete “non sei abbastanza”.

Quando le due ragazze si incontrano e si conoscono, il film ribalta il punto di vista. Kyomoto non è una rivale, non è la nemesi che Fujino aveva creato nella sua mente: è una ragazza fragile, che guarda al talento di Fujino come qualcosa di enorme e lontanissimo. La competizione era un’invenzione, un effetto collaterale di un modo di pensare che si è ormai infiltrato dappertutto.
Il loro rapporto, nel momento in cui nasce davvero, è bellissimo: si completano, si influenzano a vicenda, collaborano senza quella tensione che le aveva, inizialmente, separate. Le due si scoprono specchi l’una dell’altra.
Ma quando la storia prende la piega che la caratterizza, Fujino si ritrova di nuovo da sola con i suoi pensieri. Quei pensieri, interiorizzati fino all’osso, riemergono con tutta la loro forza. Il dolore spinge Fujino a fare ciò che molti fanno quando si sentono impotenti: lavorare ancora di più. Disegnare come se bastasse premere la matita contro il foglio per riscrivere la realtà. È un atto disperato che sembra quasi una confessione: se avesse fatto di più, forse…
Si convince che avrebbe potuto evitare tutto se fosse stata più presente, più veloce, più attenta. È un modo di ragionare crudele ma molto ormai comune: se la realtà non va come dovrebbe, è perché non hai spinto abbastanza.

Look Back mette in scena un tipo di pressione che non viene dall’esterno, almeno non direttamente. È una pressione che nasce dai paragoni, dalle aspettative, dal vedere gli altri fare qualcosa e sentire che si dovrebbe fare altrettanto. È un fenomeno che riguarda la scuola, il lavoro, i social, l’amore, la creatività: ovunque c’è una misura, nasce anche l’ansia di non raggiungerla.
Questa tensione non è normale, né sostenibile. Trasformare la creatività in prestazione disumanizza: toglie spazio all’errore, al riposo, al dialogo. Impedisce di vedere l’altro come una persona e non come un avversario. Invece di crescere insieme, influenzarci, migliorarci a vicenda, ci abituiamo a trasformare ogni differenza in una minaccia.
La hustle culture non tollera la fragilità, la considera una distrazione, un ostacolo, una scusa. Look Back fa l’opposto: la mette al centro, la considera parte integrante dell’esperienza umana.
Facciamo ancora fatica ad accettare che esiste un tempo tutto nostro, un tempo umano. Che la creatività cresce quando trova spazio, quando può respirare, ed il dolore si ammorbidisce solo se gli lasciamo il tempo di essere ascoltato. Accettarlo significa riconoscere che la vita non è una prestazione continua ma un ritmo, un equilibrio, e rispettarlo non è indice di debolezza, ma di dignità.
Look Back suggerisce una cosa semplice: a volte si può rallentare. Non è un fallimento, non è un arretramento, non significa che gli altri ti lasceranno indietro. Significa solo riconoscere che abbiamo bisogno di più spazio, di errori, di pause. Di respirare.


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