Lost in Starlight. Quando perdersi è l’inizio del viaggio
- Paola Arcifa

- 23 feb
- Tempo di lettura: 2 min

Quello che si preannuncia prevalentemente come un film d’amore, in realtà custodisce molto di più. Lost in Starlight, diretto da Han Ji-won e animato da Climax Studio, è ambientato in una Seoul del 2050 che sembra proiettata nel futuro ma che, emotivamente, resta profondamente “analogica”.
Non si limita a raccontare l’incontro tra due anime, ma scava in quelle fragilità che appartengono a tutti noi e le mostra senza spettacolarizzarle.
La narrazione segue la vita di Nan-young (Kim Tae-ri), una giovane astronauta che sogna di esplorare Marte; il suo desiderio non è semplice ambizione, è vocazione, una promessa fatta a sé stessa e, in qualche modo, anche alla madre che non c’è più (anche lei famosa astronauta). Il lutto materno attraversa la sua storia, è presente in ogni scelta, in ogni esitazione. È così che la perdita diventa ferita e motore insieme, che spinge a lottare, a non tradire quel sogno coltivato fin dall’infanzia.
Ed è proprio nell’infanzia che il film trova una delle sue dimensioni più autentiche. Crescere, ci dice il film, significa imparare a convivere con le proprie incertezze, proprio perché non esiste un percorso lineare verso i propri sogni; siamo messi a confrontarci con deviazioni, paure, momenti in cui smettiamo di credere in noi stessi. Ma è in quei momenti che, a volte, la volontà di continuare supera qualsiasi dubbio.
Accanto a lei c’è Jay (Hong Kyung), musicista di talento che, al contrario, ha smesso di credere nel proprio futuro. Il loro incontro è reso possibile da un giradischi il quale, ormai obsoleto, diventa simbolo di connessione e memoria. Se Nan-young incarna la perseveranza, Jay rappresenta la rinuncia silenziosa, quella che nasce quando le delusioni sembrano più grandi dei sogni.
Eppure, il film non giudica, ma mostra quanto sia umano perdersi e lasciarsi sopraffare dalle incertezze. Soprattutto, mostra quanto sia fondamentale l’amore inteso non come possesso, ma come rispetto e sostegno reciproco.
Amare, in Lost in Starlight, significa saper dare spazio, sostenere l’altro senza trattenerlo. L’amore diventa così una forma di cura consapevole, un equilibrio delicato tra presenza e libertà.
In questo senso, i fiori di Amur Adonis, che nel film assumono una potente valenza simbolica, diventano una metafora perfetta: si tratta di fiori coltivati dalla protagonista (e in precedenza anzhe dalla madre) per poterli poi portare su Marte e richiedono attenzione, pazienza, dedizione. Così è anche per le persone: prendersi cura dell’altro significa rispettarne i ritmi, comprenderne le fragilità, accettarne le distanze, senza trattenere, ma con l’intento di accompagnarle.
Lost in Starlight, proprio per la sua delicatezza nel mostrarci tutte queste sfaccettature di quotidianità, riesce a toccare corde profonde. Ci ricorda che ognuno di noi, a modo suo, è perso tra le stelle: in bilico tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere; che le incertezze non si eliminano, ma si attraversano continuando a guardare in alto, anche quando il cielo sembra troppo lontano.


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