top of page

Maborosi: dopo il dolore resta la luce


Con Maborosi (1995), Hirokazu Kore’eda esordisce nella regia di finzione delineando con sorprendente chiarezza i temi che attraverseranno gran parte della sua filmografia: il rapporto tra vita e morte, il peso della memoria, il senso di colpa e la lenta, faticosa, ricerca di un nuovo ikigai: una ragione per continuare a vivere. Tratto dal racconto Maboroshi no hikari di Teru Miyamoto, il film segue la vicenda di Yumiko, una donna la cui esistenza viene segnata da due perdite improvvise e incomprensibili: la scomparsa della nonna durante l’infanzia e il suicidio del marito in età adulta. 


Il prologo, ambientato quando Yumiko ha dodici anni, è fondamentale per comprendere l’intero percorso emotivo della protagonista. La nonna, incapace di adattarsi alla vita nella città industriale di Amagasaki, fugge senza lasciare traccia, spinta dal desiderio di morire nel proprio villaggio natale, Sukumo. Questo evento imprime nella bambina un senso di colpa che diventerà una ferita mai rimarginata.  


Il titolo originale, Maboroshi no hikari, racchiude già la chiave poetica del film. “Maboroshi” indica un’illusione, qualcosa di evanescente; “hikari” è la luce. Tra queste due polarità si muove l’intero universo visivo dell’opera. Le luci che accecano, che appaiono e scompaiono nel buio – come quelle delle barche dei pescatori in mare aperto – diventano la materializzazione del trauma di Yumiko: presenze intermittenti che non guidano, ma disorientano, proprio come i ricordi che continuano a tormentarla


Il salto temporale ci introduce a una Yumiko adulta, apparentemente serena, finché un nuovo evento spezza l’equilibrio: il marito Ikuo si suicida senza lasciare spiegazioni. «Ha continuato a camminare sui binari senza guardarsi indietro», dice il poliziotto incaricato di darle la notizia, suggerendo l’idea di una chiamata irresistibile verso la morte. È qui che Maborosi si carica di una tensione più profonda: l’amore per la vita e il desiderio di annientamento sembrano convivere, intrecciarsi, senza mai risolversi. Yumiko rimane sospesa, incapace di andare avanti perché incapace di capire


Da questo momento in poi, la sua esistenza si trasforma in una ricerca silenziosa del perché, una domanda che non troverà risposta. Anche quando si risposa e si trasferisce in un villaggio di mare, il passato continua a inseguirla. Il dolore diventa il suo ikigai, la sua unica certezza. Kore’eda osserva questo stato emotivo con una regia di straordinaria delicatezza: la macchina da presa mantiene spesso le distanze, evita il primo piano, lascia che Yumiko appaia piccola nel quadro, quasi schiacciata dallo spazio che la circonda. I lunghi piani sequenza e l’uso del paesaggio come specchio dell’interiorità ricordano un cinema che affida il senso al tempo dell’inquadratura, più che all’azione. 


Il momento di svolta arriva in una delle sequenze più intense del film. Yumiko vaga senza meta e segue un corteo funebre fino al crematorio. Il marito Tamio la ritrova lì, in silenzio. Per la prima volta, la donna riesce a verbalizzare il suo tormento, ammettendo di non riuscire a comprendere il gesto del primo marito. Kore’eda dirige la sequenza, lunga due minuti, come un documentario: la cinepresa segue la donna così come lei segue il corteo funebre. La sensazione è che Yumiko si stia emotivamente proiettando al funerale di Ikuo, dando vita ad una conversazione tra vita e morte


Nel finale, un nuovo salto temporale ci mostra un mondo diverso: è estate, la luce è piena, i colori emergono dopo il grigiore dominante del film. Yumiko osserva il mare con un’espressione finalmente distesa. Non ci sono risposte definitive, né promesse di felicità, ma qualcosa è cambiato. Come in molti film successivi di Kore’eda, il finale resta aperto, affidato allo scorrere del tempo, evocato da un’inquadratura di un orologio che richiama il cinema di Ozu. Maborosi si chiude così, non con la cancellazione del dolore, ma con la sua accettazione: la consapevolezza che la vita, come la luce, può essere fragile e intermittente, e proprio per questo va attraversata fino in fondo, abbracciando la transitorietà degli eventi per potersi riconciliare con il proprio passato. 

Commenti


© 2025 by MOVIMENTO 095.
Powered and secured by Wix

bottom of page