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Oltre la sopravvivenza: The Handmaid’s Tale

Dalla serie tv "The Handmaid's Tale"
Dalla serie tv "The Handmaid's Tale"

C’è un futuro che arriva mentre nessuno guarda davvero, in cui le parole vengono pesate, i corpi regolati e le scelte personali diventano improvvisamente affari di Stato. Senza accorgersene, ci si ritrova immersi in una storia di controllo, paura e resistenza: un racconto che inquieta proprio perché non parla di un altrove lontano, ma di una possibilità fin troppo vicina.


Così si presenta The Handmaid's Tale (2017-2025), una serie televisiva distopica statunitense creata da Bruce Miller, basata sull’omonimo romanzo del 1985 dell'autrice canadese Margaret Atwood (la quale ha avuto una parte anche nella scrittura della serie).


In un mondo in cui i tassi di fertilità sono crollati a causa delle malattie sessualmente trasmissibili e dell'inquinamento ambientale, un'autocrazia basata sulla religione ha preso il controllo di gran parte degli Stati Uniti, ribattezzando il paese Gilead. In questo Paese, chiunque tenti di fuggire viene punito e le donne sono cittadine di seconda classe. Una di queste persone è June (Elisabeth Moss), che viene catturata mentre cerca di fuggire con il marito e la figlia e condannata a surrogato riproduttivo per funzionari governativi senza figli. Come tale, June viene ribattezzata Difred, divenendo così proprietà del comandante Fred Waterford (Joseph Fiennes) e di sua moglie Serena Joy Waterford (Yvonne Strahovski).

Si tratta di una società fortemente patriarcale, in cui donne sono divise in una piccola gamma di categorie, ciascuna rappresentata da un abito semplice di un colore specifico:

  • Mogli: sono le donne di più alto rango, sposate con i Comandanti. Vestono abiti eleganti color teal/blu, rappresentando la castità e la purezza. Sebbene privilegiate, la loro vita è subordinata ai mariti e la loro posizione dipende dalla capacità del marito di mantenere il potere.

  • Ancelle: queste donne vengono assegnate alle case dell'élite al potere, dove devono sottoporsi allo stupro rituale (chiamato "la cerimonia") da parte dei loro padroni in presenza delle loro mogli con l'intento di essere impregnate e generare figli per loro. Si tratta di donne fertili, spesso catturate perché ritenute "adultere" o "peccatrici" dal nuovo regime. Il colore rosso delle loro vesti simboleggia la fertilità e il sangue, ma serve anche a renderle visibili e facilmente controllabili.

  • Marte: donne non fertili, solitamente nubili, che svolgono mansioni domestiche come cucinare e pulire nelle case dei Comandanti. Vestono di verde e vivono una vita di servitù in ombra.

  • Zie: Sono le uniche donne autorizzate a leggere e scrivere. Il loro compito è indottrinare, addestrare e sorvegliare le Ancelle nel "Centro Rosso", garantendo la disciplina tramite punizioni severe. Rappresentano una sorta di elite lavoratrice femminile e indossano un vestiario marrone, un colore neutro, spesso associato alla terra e alla praticità; questo riflette il ruolo delle Zie come figure di supervisione, istruzione e disciplina, che devono essere funzionali al sistema.

  • Econo-mogli à Donne delle classi più basse, vestite di grigio, che svolgono lavori domestici, cucinano, e che essendo viste come donne “pie”, possono vivere insieme ai loro mariti anche dopo il sopravvento della società Gilead.


Già nell'adattamento cinematografico del 1990 del celebre regista d'autore Volker Schlöndorff e del drammaturgo e sceneggiatore Harold Pinter, la protagonista acquisisce un senso di autonomia personale e politica impensabile dalla prospettiva del romanzo, soprattutto quando finisce per uccidere il suo Comandante e sfuggire al suo stato di soggezione. Il film cerca di tradurre visivamente l’oppressione della Repubblica di Gilead, ma lo fa con uno stile sobrio, quasi freddo, che oggi può sembrare distante. Rispetto al romanzo, l’adattamento attenua l’ambiguità interiore di Difred e rende la narrazione più lineare, perdendo parte della forza della voce narrante e della complessità psicologica che sono centrali nel libro.

La protagonista è interpretata da Natasha Richardson, affiancata da un cast di rilievo che include Faye Dunaway nel ruolo della Moglie Serena Joy e Robert Duvall in quello del Comandante.


Simile al romanzo di Atwood, la serie mira a rappresentare la lotta di una donna sotto un regime oppressivo e ci sono chiari segnali nel racconto, nelle strategie visive e nella cultura della produzione, che la serie affronta direttamente questioni femministe.


C’è una forza silenziosa che attraversa The Handmaid’s Tale, una forza che non si manifesta solo nei gesti eclatanti della ribellione, ma soprattutto nella capacità di restare vivi interiormente quando tutto sembra congiurare per spegnerti. Bruce Miller, creatore della serie, lo dice con chiarezza parlando di June: ciò che rende il suo personaggio profondamente d'ispirazione è la sua voce interiore, la sua ostinata vitalità; non è solo una donna che sopravvive a Gilead, è una donna che continua a pianificare, a tramare, a desiderare. Cerca di vivere, non semplicemente di resistere.

Ed è proprio in questa tensione continua verso la vita che si annida la speranza.

Miller racconta di come, guardando June/Difred prendere posizione e tentare di cambiare il suo mondo, si senta chiamato in causa come spettatore: se lei prova a scardinare un sistema così oppressivo, cosa stiamo facendo noi, seduti sul divano, nel nostro mondo che non è Gilead? In questa riflessione emerge uno degli effetti più potenti della serie: la resilienza non è solo rappresentata, ma trasmessa. La lotta di June diventa un’esperienza condivisa, capace di spingere chi guarda a interrogarsi sul proprio ruolo, sulle proprie responsabilità, sulla possibilità concreta di agire.


Questo senso di sfida e precarietà, che attraversa tutta la narrazione, non riguarda soltanto un futuro distopico, ma parla direttamente al presente. The Handmaid’s Tale suggerisce un bisogno collettivo di comprendere come muoversi in paesaggi nuovi e instabili, come sopravvivere, e forse persino resistere, in un mondo che appare sempre più fragile. Non è un caso che uno dei momenti più emblematici della serie arrivi quando June, nel pieno della sua vulnerabilità, trova incisa all’interno dell’armadio la frase “Nolite te bastardes carborundorum” (Non lasciare che i bastardi ti schiaccino). È stata isolata per tredici giorni, privata di contatti e di riferimenti, eppure quelle parole le restituiscono forza. Non per il loro significato letterale, che inizialmente le è ignoto, ma per ciò che evocano: il ricordo di un legame, dell’amicizia con Moira, della solidarietà silenziosa tra le ancelle.

Nel voiceover, June afferma: «C’era una Difred prima di me. Mi ha aiutata a trovare la via d’uscita. È morta. È viva. Sono io. Siamo Ancelle». In questa frase si condensa un senso profondo di continuità e di memoria collettiva. La resistenza non è individuale, ma stratificata, condivisa, tramandata.


In questo senso, il racconto della Atwood e la sua trasposizione televisiva, si inseriscono nella cultura popolare contemporanea. Come riviste femminili, libri di autoaiuto o app per smartphone, la serie parla direttamente alle donne e agli uomini del nostro presente. June è costretta a essere resiliente perché le è stato tolto tutto: il marito, la figlia, la famiglia. I flashback che mostrano la sua vita prima di Gilead non servono solo a costruire il mondo narrativo, ma a richiamare sensazioni affettive profonde, la memoria e il ricordo come atto di resistenza, come a dire “io sono ancora qui e farò di tutto per riprendermi ciò che mi è stato tolto”.

La serie sottolinea anche con forza il ruolo delle amicizie femminili come fondamento della resilienza. Il coraggio di June genera un movimento, un sistema di supporto fatto di Ancelle e Marthe (donne non fertili, solitamente nubili, che svolgono mansioni domestiche) che culmina nel finale della terza stagione, quando più di cento bambini vengono portati in salvo: la resilienza non è solitudine, ma alleanza.

È collaborazione, cura reciproca, lotta condivisa contro un regime patriarcale, violento e contraddittorio.


Non siamo dunque di fronte a un semplice dramma distopico. The Handmaid’s Tale è una critica concreta al mondo contemporaneo. Margaret Atwood ha scritto il romanzo seguendo una regola precisa: non includere nulla che l’umanità non abbia già fatto, in qualche luogo e in qualche epoca. Nel 1985 tutto questo sembrava inverosimile. Oggi, invece, appare tragicamente possibile. Non è solo un racconto immaginario o provocatorio: è uno specchio, e guardarlo fa paura proprio perché ci riconosciamo.




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