PARLARSI (MALE): miscommunication sul piccolo schermo
- Andrea Vittorio

- 7 ott 2025
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 10 dic 2025

Nel cinema contemporaneo le parole non bastano più. I personaggi parlano, spiegano, gridano, eppure il senso delle loro parole spesso sfugge. Le loro conversazioni e i loro scambi diventano ambigui, facilmente fraintendibili, lasciando spazio ad un nuovo e irruento protagonista: il fallimento della comunicazione.
La miscommunication, l’incomprensione, è diventata una delle dinamiche più potenti degli ultimi anni e non, affermandosi come forza che si impone come trasversale, mutevole e capace di intrecciare psicologia, semiotica e narrazione. Quello che è mutato maggiormente è che la miscommunication non è più solo un tema, ma è diventata uno specchio del nostro tempo, un tempo in cui comunichiamo costantemente, eppure sempre più spesso abbiamo la sensazione di non riuscire a dirci nulla. È negli scarti e nelle frasi lasciate a metà che prende forma un intero mondo narrativo, in cui la miscommunication diventa non solo un ostacolo relazionale ma la vera sostanza del racconto.
Negli ultimi anni alcune opere seriali, diverse fra loro per tono, genere e ambientazione, hanno provato a raccontare questa dinamica riuscendoci con una lucidità spietata.
L’esempio più lampante è rappresentato da Normal People, miniserie del 2020 tratta dall’omonimo romanzo di Sally Rooney, la quale ha contribuito anche alla sceneggiatura. La serie segue il rapporto negli anni, prima al liceo e poi al college, dei due protagonisti, Marianne e Connell. I due si separano, si ritrovano, cambiano, ma c'è sempre qualcosa che li tiene legati: non si tratta solo di attrazione fisica, ma di qualcosa di più viscerale, più intimo, di riconoscersi nel dolore dell'altro. Di vedersi, davvero, in contesti in cui nessuno sembra farlo.
Normal People ci mette davanti a una cruda verità: l'amore, da solo, non basta. Connell e Marianne si cercano, si salvano, ma allo stesso tempo si fanno del male non per mancanza di sentimento ma per mancanza di strumenti, perché il loro linguaggio è rotto, impreciso, a volte inesistente.
L’antagonista della serie è un silenzio che non consola ma corrode, che invece di unire, isola. Un silenzio figlio del trauma: quello di Marianne, cresciuta in una famiglia dove l'affetto era assente e la violenza emotiva normalizzata; e quello di Connell, intrappolato nel mito della mascolinità tossica, che reprime ogni forma di fragilità per non sembrare debole. Dalla loro storia apprendiamo che amare non è sufficiente, serve saperlo accogliere ma anche lasciarlo andare, significa capire che alcune persone non entrano nella nostra vita per restare, ma per cambiarci.

Se Normal People costruisce la tensione sui silenzi, Fleabag, adattamento dell’omonima commedia teatrale trasmesso dal 2016, fa il contrario. Qui la protagonista parla continuamente, con gli altri ma soprattutto con noi spettatori, rompendo la quarta parete con una naturalezza disarmante. Ci racconta ogni dettaglio, ogni pensiero, ogni emozione. In realtà, quell’eccesso di parole è una maschera, in quanto per lei l’ironia e il sarcasmo non sono strumenti di connessione, ma di difesa. Più parla, più si nasconde, confessandosi apertamente ma solo per evitare la minaccia del vero contatto emotivo.
Il rapporto che la protagonista ha con il prete, suo interesse amoroso, è l’apice di questo meccanismo: i due parlano tanto, si confrontano, ridono, flirtano, eppure nonostante la profondità apparente dei loro scambi, il cuore della questione resta sempre fuori dai loro discorsi. Si tratta sempre di frasi piene di accenni, doppi sensi, una costante ambiguità in cui si consuma la loro impossibilità di stare insieme. Fleabag ci urla che la miscommunication non si ottiene solo con il silenzio, che l’ironia è un linguaggio pieno ma anche un linguaggio che svuota: più la protagonista scherza, più il suo dolore non è visibile.

Dexter ed Emma invece, protagonisti di One Day, miniserie britannica del 2024 tratta dall’omonimo romanzo di David Nicholls, incarnano forse la forma più classica di miscommunication, quella scandita dal tempo. I due si incontrano da ragazzi e si riconoscono subito come qualcosa di speciale, di unico, ma passano anni a dirsi le cose sempre fuori sincrono, scontrandosi e attendendosi. Quando uno è pronto, l’altro non lo è, per cui raramente riescono a dirsi ciò che provano nello stesso momento.
Non è che non comunichino: Dex ed Emma parlano, si confidano, condividono, ma non riescono mai a parlarsi nello stesso linguaggio emotivo. Noi spettatori li guardiamo con frustrazione, sappiamo che si amano, sappiamo che basterebbe poco, ma quel poco sembra non arrivare mai. È un’assenza di comunicazione che non nasce dall’indifferenza, ma dall’opposto, da un sentimento troppo forte che entrambi temono di rovinare; l’amicizia diventa una barriera protettiva dietro cui nascondersi mentre gli anni passano e le vite prendono direzioni diverse. Il loro rapporto diventa così un elogio al tempismo sbagliato.

In The Bear, la miscommunication si manifesta non tanto nell’amore quanto nel lavoro e nella collaborazione. Carmy e Sydney condividono un progetto, quello di far funzionare una cucina a regola d’arte, ma la loro collaborazione è spesso un campo minato. I due incarnano due facce della stessa a medaglia: Carmy è un leader silenzioso, schiacciato dal peso del suo passato e dalla sua ossessione per la perfezione e per il controllo; Sydney è più diretta, lucida, pragmatica e ambiziosa ma altrettanto vulnerabile. Proprio dove potrebbero trovarsi, cioè nella passione condivisa per il cibo, finiscono per smarrirsi. La tensione esplode in cucina. Qui l’incomprensione parte da un eccesso di parole frammentate e disorganizzate: uno parla attraverso urgenze, interruzioni, esplosioni, mentre l’altra cerca chiarezza, struttura, ascolto, gerenando un costante fraintendimento. Non si tratta solo di comunicazione professionale, ma di fiducia: Carmy non riesce a delegare, fatica a riconoscere i segnali di frustrazione e Sydney si sente esclusa, sottovalutata, non riconosciuta.
È una narrativa che mostra come anche i rapporti non romantici siano vulnerabili agli stessi cortocircuiti emotivi.

Questi titoli, così diversi tra loro, raccontano tutti la stessa cosa: non basta parlarsi per capirsi. Parlano di una generazione cresciuta tra il culto dell'autosufficienza e il bisogno disperato di connessione, una generazione che ha più strumenti per comunicare che mai ma non sa più come parlare davvero, che ha fame di intimità ma terrore dell'intimità stessa. Viviamo immersi in un mondo che ci promette immediatezza, ascolto, comprensione, eppure sembra diventare sempre più difficile dirsi davvero qualcosa nel momento giusto e nel modo giusto.
I protagonisti di queste storie non hanno colpe, hanno solo ricevuto strumenti sbagliati. Sono il risultato di famiglie rotte, aspettative sociali tossiche, modelli emotivi disfunzionali. È lì che finisce l’espediente narrativo: la miscommunication rappresenta un vero e proprio paradigma culturale che riflette le incertezze del presente, motore centrale del racconto che ci restituisce con precisione quasi antropologica la fragilità dei legami interpersonali che viviamo quotidianamente. Rappresenta inoltre uno strumento cinematografico perfetto per indagare le zone d’ombra della comunicazione umana, evidenziando come il significato si costruisca spesso nell’assenza o nella distorsione del messaggio.
Le storie che vi abbiamo narrato arrivano a noi come un invito doloroso ma necessario ad essere umani, fragili, capaci di amare ed essere amati. Un invito ad imparare a dire quello che sentiamo, a trovare il coraggio di essere vulnerabili, a chiedere aiuto.


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