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Perché Petra Collins è la donna del momento


C’è chi nasce con l’arte nelle vene, con un gusto estetico spiccato fin dai primi sguardi rivolti al mondo. Petra Collins è una di queste persone. Attrice, modella, ma soprattutto direttrice della fotografia e regista: insomma, un’artista. Fin da giovanissima capisce cosa desidera per il suo futuro: frequenta la Rosedale Heights School of the Arts, dove inizia a fotografare e viene presto introdotta nel mondo artistico grazie all’incontro con Richard Kern, che diventa suo mentore.


All’inizio degli anni 2010 si fa conoscere online collaborando con Tavi Gevinson e la rivista Rookie magazine, iniziando parallelamente a esporre le proprie opere e a curare mostre con il collettivo The Ardorous. Nel 2014 debutta con la sua prima mostra personale, Discharge, una serie fotografica realizzata tra i 15 e i 21 anni, poi pubblicata anche come libro.


Negli anni, il suo stile si è imposto nel mondo pop, diventando familiare anche a chi non conosce direttamente Collins o la sua carriera artistica. Questo è dovuto soprattutto a un motivo: Euphoria.


Nel 2023, Collins ha raccontato alla rivista Punkt la storia di una grande delusione: Sam Levinson, showrunner della serie, l’aveva inizialmente coinvolta per dirigere il progetto, dichiarando di essersi ispirato alle sue fotografie per scriverlo. Collins trascorse cinque mesi a Los Angeles lavorando con HBO sull’estetica della serie, arrivando anche a stilare una lista di attori da scritturare. Poi, all’ultimo, HBO decise di licenziarla con la motivazione: “sei troppo giovane”.


Lo show andò avanti senza di lei, mantenendo però l’impianto visivo sviluppato in quei mesi e raggiungendo un successo planetario, dovuto in gran parte proprio a quell’estetica, senza che il contributo di Collins venisse accreditato in alcun modo.



Da quell’episodio, l’artista ha dichiarato di essersi sentita costretta a modificare il proprio stile: “Mi succede così tante volte nella mia carriera, ma non su una scala del genere. Per me è stato intenso, perché questa è l’estetica che ho costruito per tutta la vita, e ora devo cambiarla, perché è entrata definitivamente nel mainstream e mi è stata portata via”.


Quella delusione l’ha spinta verso nuovi orizzonti, verso l’esplorazione di qualcosa di diverso che riuscisse comunque a restituire il suo sguardo sul mondo – ed è stata, forse, anche la sua fortuna. Oggi ha diretto alcuni dei videoclip musicali più affascinanti degli ultimi anni, come Fetish (Selena Gomez, 2017), Good 4 U e Brutal (Olivia Rodrigo, 2021), e Bartier Cardi (Cardi B, 2018). Tra i lavori più recenti, anche collaborazioni con Rosalía (con Focu’ Ranni) e una nuova sinergia con Olivia Rodrigo per la sua ultima Drop Dead


Lo stile di Petra Collins è diventato quasi un “codice visivo” riconoscibile a colpo d’occhio, tanto che oggi viene spesso usato per descrivere un preciso immaginario Gen Z. Abituati a una narrazione prevalentemente maschile dell’esperienza femminile, Collins porta il female gaze al centro del suo lavoro: ribalta lo sguardo tradizionale sul corpo della donna, rendendo il desiderio presente ma mai spettacolarizzato, piuttosto ambiguo, sfuggente, indefinito. Ed è proprio qui che intercetta qualcosa di profondamente contemporaneo.



Il suo immaginario sembra sospeso tra sogno e ricordo: luci morbide, toni pastello o neon stranianti. L’atmosfera è quella di una fine: dell’estate, dell’adolescenza. Cerca di catturare una generazione in bilico, che prova nostalgia per un tempo mai vissuto – lo suggeriscono le texture imperfette, le sfocature, la grana, i 35mm – ma che allo stesso tempo si trova senza certezze e per questo teme il futuro.


Il racconto della crescita passa attraverso micro-momenti quotidiani: stare in camera, guardarsi allo specchio, piangere con le amiche. Collins abbraccia la dolcezza e la vulnerabilità dell’adolescenza, intrecciandole a elementi disturbanti (vedi la stanza che prende fuoco in Good 4 U) che generano una tensione più adulta, quasi una metafora visiva del sentirsi “fuori posto”. I corpi non sono in posa, non performano secondo schemi costruiti: esistono, catturati da una lente che li restituisce nella loro fragilità e instabilità.



Il suo universo visivo e concettuale diventa così uno shorthand, un’etichetta immediata per la Generazione Z: basta dire “estetica Petra Collins” per evocare un intero immaginario condiviso.  


Forse è proprio questo il punto più interessante del lavoro di Petra Collins: non tanto l’estetica in sé, quanto la sua capacità di restare addosso. Le sue immagini non si limitano a rappresentare un immaginario, lo sedimentano, fino a diventare un linguaggio condiviso. E quando un’estetica diventa riconoscibile al punto da essere menzionata in contesti di ogni tipo, allora smette di appartenere solo a chi l’ha creata.


Più è personale, più è creativo”, diceva Martin Scorsese, e Collins si muove esattamente in quella soglia ambigua tra creazione e perdita, tra visione personale e cultura collettiva. E in questa tensione continua – tra ciò che è suo e ciò che viene assorbito dal mondo – si gioca forse la parte più autentica del suo sguardo.


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