QUEER: desiderio e corpo nell’erotismo poetico di Luca Guadagnino
- Irene Monti

- 16 giu 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 10 dic 2025

«Tu mi ami mai? Perdersi è un’agonia»
Inizia così Sui ghiacciai dei Verdena, uno dei brani scelti come colonna sonora di Queer, l’ultimo lungometraggio di Luca Guadagnino, presentato alla 81ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia ed uscito nelle sale italiane questo aprile.
Ogni canzone che compone il commento musicale di questo film risulta essere perfetta per descrivere gli stati d’animo del protagonista e le atmosfere in cui è immerso. I Verdena – di cui viene utilizzato anche il brano Puzzle – sono infatti un gruppo che, come pochi, riesce a imprimere desiderio, malinconia e incertezza su canzoni senza tempo. Sentimenti che vengono incarnati da Lee, il protagonista interpretato da Daniel Craig.
Città del Messico, anni ’50. Lee è un uomo statunitense di mezza età, trasferitosi nella capitale messicana per sfuggire alle conseguenze della sua dipendenza da droghe, che lo rendono un fuorilegge nel suo Paese d’origine. Nel suo locale di fiducia un giorno conosce il giovane Eugene Allerton, di cui si invaghisce - totalmente, teneramente, tragicamente - al primo sguardo.
Tentare di spiegare questo film sarebbe fargli un torto, e contemporaneamente sforzarmi di tradurre in parole ciò che Guadagnino ci ha donato sotto forma di esperienza visuale, così onirica e assoluta. Quando sono arrivata ai titoli di coda, però, immobile e con un senso di totalità quasi spaesante, ho sentito il bisogno di scrivere qualcosa.
In Queer ho riconosciuto l’intreccio tra solitudine e desiderio che ho sempre faticato a spiegare. Lee conosce la passione, non ha paura di viverla e mostrarla, ma è dall’incontro con Allerton che finisce – forse per la prima volta - a trovarsi di fronte ad uno specchio. È la sua solitudine quella che vede riflessa, è la necessità di essere desiderato, sfiorato, vissuto.
«Collaudami e accettami»
Il bisogno del protagonista rischia di esser giudicato come invadente, una pretesa forse a tratti insistente. Ma credo che il suo personaggio – certamente problematico - incarni quello che è, per ogni essere sensibile, il non detto. È la paura di non essere accettati che convive con la richiesta d’amore. Lee viene fragilmente ed istantaneamente catapultato in una dipendenza si affettiva, ma anche e soprattutto fortemente carnale. Ancora di più è dipendente dall’idea che Allerton – giovane, bello, imperscrutabile - possa desiderarlo così come fa lui. Non lascia andare quell’idea, ma la rincorre, con tutti i mezzi che ha a disposizione. Forse la chiave è lo yagé: una sostanza enigmatica alla quale si attribuiscono poteri telepatici. Lee decide di partire per l’Ecuador e propone al giovane di unirsi a lui alla ricerca della pianta magica: inizialmente restio, il ragazzo finisce sorprendentemente per accettare l'invito.
Il loro viaggio verso la scoperta della telepatia diventa, però, il viaggio verso la perdita dell’altro. O forse verso la realizzazione di una perdita già avvenuta, ancora prima. Eugene non è mai stato suo, d’altronde, è disincarnato. Forse chiedere amore non dovrebbe essere così difficile, tanto da spingerci a trovare lo strumento adatto, l’atto manipolativo più dolce. Forse, l’amore, non dovrebbe essere una richiesta.
Disembodied è un termine che non passa inosservato, se ritrovato all’interno di un film di Luca Guadagnino. Mi piace definirlo un erotismo poetico, quello che riconosco nei film del regista italiano e che vive attraverso i corpi dei suoi personaggi. Il corpo non è mai solo uno strumento per Guadagnino, un mero contenitore dell’anima che compie azioni e che ci mostra al mondo. Al contrario, ritrovo un certo fascino nella sua complessità – in particolare mi riferisco a Call me by your name, Bones and All, Challengers, e Queer per l’appunto – nel provare dolore, eccitazione, attesa, ma anche e soprattutto nell’essere vivo. Sono corpi attivi, sensibili, presenti.
La gamba di Allerton che blocca quelle di Lee per placarle dal tremolio, per donargli calore, è forse una delle scene più tenere che abbiamo mai visto sul grande schermo. Il corpo del giovane ci apre una piccola finestra verso la sua emotività, impenetrabile per la maggior parte del film. Così come fin dai primi incontri dei due protagonisti, dove per rendere l’idea di desiderio e ancor di più di inaccessibilità all’oggetto di quel desiderio - lì dove il corpo è impotente - Guadagnino sceglie comunque di utilizzarlo e lo rende più presente che mai, anche se da invisibile. La mano di Lee diventa infatti un arto fantasma che accarezza Allerton, mentre il suo corpo – quello vero e vivo – rimane immobile. È qui che ritrovo tutta la poeticità dell’incompiutezza di un gesto, e dell’utilizzo di Guadagnino della comunicazione non verbale – che qui diventa addirittura mentale – per tentare di spiegare e rendere visibili le emozioni umane.


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