Resurrection è un omaggio alla vera macchina del sogno
- Andrea Vittorio

- 24 apr
- Tempo di lettura: 3 min

Quando la visione di un’opera come Resurrection termina, si ha quella sensazione strana di aver assistito a qualcosa che non si sa ancora bene come incasellare. Non è disorientamento, è la sensazione di aver vissuto un’esperienza che il linguaggio della mera recensione stenta a contenere.
Il film, presentato lo scorso anno in concorso al Festival di Cannes, ora nelle nostre sale, è firmato da Bi Gan (Kaili Blues, Un lungo viaggio nella notte), regista cinese della nuova generazione. Parte da una premessa apparentemente semplice: in un futuro lontano o forse già alle porte, nessuno sa più sognare. I sogni, quali che fossero e cosa contenessero, sono proibiti o semplicemente scomparsi, ceduti in cambio di una vita più lunga.
Solo i fantasmers riescono ancora a evadere dal reale: figure condannate, braccate da una polizia speciale mentre si perdono nel vagabondaggio tra un via vai di illusioni. Uno di loro — interpretato da Jackson Yee, cantante e performer cinese — si muove in questo universo sfilacciato tra sogno e realtà, finché una donna misteriosa (Shu Qi) non decide di entrare nella sua mente. Non per catturarlo, ma per accompagnarlo.
Da lì comincia il viaggio. Dal muto si passa al sonoro, dalla pellicola al digitale. Generi, epoche e formati si sovrappongono: l’immagine quadrata delle origini, lo schermo panoramico del cinemascope, la fantascienza, film di fantasmi, il poliziesco. Frankenstein, una donna vampira, personaggi pervasi dal genere noir. È un viaggio dalle origini del cinema all’inizio del nuovo millennio, un secolo di settima arte con i suoi miti e le sue figure iconiche, filtrato attraverso la mente di un essere che sogna perché non sa fare altro. Tutto questo si snoda nell’andamento del piano sequenza come un trip, un’allucinazione, un’opera che non si chiude mai del tutto ma che fluttua e si allarga tra i desideri e gli incubi di chi la abita.
C’è però qualcosa di più in questa struttura. La progressione dei capitoli non è arbitraria, ma segue la storia del cinema nel Novecento attraversandola anche come progressione sensoriale: il primo capitolo è il tatto, il più primitivo, l’immagine che ancora non ha suono; il secondo è l’udito, i dialoghi appaiono; e così via fino alla mente, l’ultimo capitolo, il più astratto. È la storia di come il cinema ha imparato, nel tempo, a parlare a corpi diversi, a evocare sensi diversi, a costruire esperienze sempre più complete e complesse.
Normalmente consideriamo il cinema come qualcosa che aggiungiamo alla nostra vita, un’esperienza culturale che può essere più o meno significativa a seconda della persona che la vive. Resurrection propone invece che il cinema, inteso come capacità umana di costruire e abitare immagini in movimento, sia qualcosa di costitutivo, mai un lusso ma una funzione, e che una società che smette di sognare (e che smette di fare e vedere film nel senso pieno del termine) perda qualcosa che non si recupera aumentando gli anni di vita.
La premessa di Resurrection è presentata, inoltre, non come una distopia imposta dall’esterno, ma come una scelta razionale. Nel film, infatti, non c’è un “regime” che ha vietato i sogni, non c’è una tirannia. Le persone hanno semplicemente deciso, nel corso del tempo, che la longevità valeva più dell’onirico. È una scelta che ha una logica a tratti comprensibile: i sogni disturbano, spesso confondono, e rinunciarvi in cambio di più anni di vita sembra quasi ragionevole.
Il film non attacca questa razionalità, ma si limita a mostrare cosa perdiamo. E quello che si perde non è il sogno in sé, l’esperienza notturna di immagini slegate: ciò che perdiamo è la capacità di stare nell’incertezza, nell’incompiuto, nel senso che può emergere da una storia che non si spiega da sola.
Bi Gan ha trentasei anni ed è arrivato al suo terzo lungometraggio, e ognuno è stato più ambizioso del precedente in modi che non erano prevedibili. Cosa verrà dopo, è impossibile immaginarlo.
Ma il fatto che film del genere esistano e che trovino il modo di arrivare nelle sale — anche in Cina, dove ha debuttato in prima posizione al botteghino — è di per sé una risposta alla domanda che il film stesso pone.
Finché qualcuno fa film come questo, finché qualcuno va a vederli, la specie non ha ancora smesso del tutto di sognare.


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