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Siamo tutti abitanti di Metropolis

Quanto lontano possiamo spingerci nel chiamare progresso ciò che in realtà rischia di disumanizzarci? 

Metropolis di Fritz Lang, uscito nel 1927, è uno di quei film che non smettono mai di dialogare con il presente proprio perché parlano di un futuro che, in fondo, è sempre il nostro. Quando iniziò a lavorare a Metropolis nel 1925, Lang era già maestro del destino, colui che nei suoi film precedenti — come I Nibelunghi o Il dottor Mabuse — esplorava con ossessione il modo in cui l’individuo veniva schiacciato e risucchiato da forze più grandi di lui: sistemi politici, poteri economici, meccanismi sociali che si muovono come entità autonome, eppure capaci di decidere il destino dei singoli. In questo senso, Metropolis nasce come il punto di arrivo naturale di un percorso artistico già segnato dal pessimismo storico e dall’angoscia modernista. 

Ambientato esplicitamente nel 2026, il film non è solo una pietra miliare della storia del cinema ma anche un gigantesco specchio in cui continuiamo a rifletterci un secolo dopo. Metropolis non cerca di predire, ma di amplificare e rendere visibile ciò che già ribolliva sotto la superficie della sua epoca.  


La città di Metropolis è una megalopoli verticale divisa in due mondi. In superficie vivono i padroni, l’élite che gode di piaceri, luce e progresso, immersa in spazi ariosi, giardini sospesi e architetture imponenti. Sottoterra, nelle viscere della città, lavorano gli operai, ridotti a ingranaggi umani che mantengono in funzione le macchine su cui si regge l’intero sistema. La verticalità non è soltanto urbanistica: è una gerarchia spaziale che diventa gerarchia morale, una distribuzione fisica del potere che rende visibile la distanza tra chi comanda e chi obbedisce.  


Il protagonista, Freder, è il figlio del potente Joh Fredersen, il “cervello” della città. Cresciuto nel privilegio e immerso in un mondo artificiale di bellezza e svago, Freder incarna l’ingenuità di chi non ha mai dovuto interrogarsi sul prezzo del proprio benessere. Il suo incontro con Maria, una giovane donna che predica la riconciliazione tra le classi e la necessità di un mediatore tra mente e mani, segna l’inizio del suo risveglio morale. Maria non è soltanto un personaggio ma una figura quasi messianica, portatrice di una speranza fondata sull’etica. Attraverso i suoi occhi, Freder scopre il volto nascosto della città e viene costretto a confrontarsi con la realtà che sostiene il suo mondo. 


Metropolis nasce in un’Europa traumatizzata dalla Prima Guerra Mondiale, nel pieno della rivoluzione industriale e delle tensioni sociali tra capitale e lavoro. È un continente ferito in cui le fabbriche si moltiplicano, le città crescono, ma con esse aumentano anche l’alienazione e lo sfruttamento. Il film è intriso di ansia per la modernità, di timore verso una tecnologia che cresce più in fretta dell’etica che dovrebbe governarla. Le macchine di Metropolis, infatti, non vengono rappresentate come strumenti: sono divinità, mostri affamati di corpi che Lang sfrutta per dirci che quando il sistema economico diventa cieco, la tecnologia consuma. Il celebre Moloch meccanico, che inghiotte gli operai come sacrifici rituali, non è soltanto una metafora visiva: richiama infatti il Moloch biblico, divinità a cui venivano offerti sacrifici umani. Dialoga apertamente con l’immaginario di Cabiria di Giovanni Pastrone: in entrambi i casi, la macchina-divinità diventa l’incarnazione di un sistema che trasforma la violenza in rito, normalizzando l’annientamento dell’individuo come prezzo del progresso.  


Il 2026 di Metropolis è un futuro iper-urbanizzato, verticale e meccanico, in cui il tempo umano è regolato dal ritmo implacabile delle macchine. Non c’è spazio per l’individualità degli operai, in quanto masse intercambiabili. È un futuro che sembra avanzato solo in superficie ma moralmente arretrato, incapace di riconoscere la dignità dei singoli, in cui la razionalità tecnica ha soffocato ogni forma di empatia, riducendo la complessità dell’umano a una sequenza di gesti ripetuti. 

Ma il 2026 di oggi com’è davvero? 


Metropolis non ha sbagliato tutto, anzi. La sua visione si è tradotta in forme diverse, più sottili. Non viviamo sottoterra, ma le disuguaglianze sono enormi. Il divario tra chi controlla il capitale, i dati, la tecnologia, e chi esegue lavori precari, ripetitivi o invisibili è più attuale che mai. Cambiano i contesti e mutano gli strumenti, ma la distanza tra chi decide e chi subisce è incolmabile.  


“Il mediatore tra il cervello e le mani deve essere il cuore”, ci intima il film. Il 2026 che stiamo vivendo è un’epoca dove il “cervello” è un’intelligenza artificiale distribuita e le “mani” sono spesso automatizzate. In questo schema il cuore, inteso come responsabilità umana, empatia, capacità critica, sembra essere l’unico elemento capace di impedire che il sistema imploda sotto il suo stesso peso. Lang ci ha lasciato ciò che è un monito perpetuo: ogni volta che immaginiamo il futuro stiamo in realtà confessando i nostri peccati presenti, proiettando nel domani le paure e le colpe che non sappiamo risolvere oggi. 


Metropolis non è un film sul futuro, ma un film su ogni presente. Il 2026 era solo un pretesto temporale, una distanza sufficiente per permettere allo spettatore di guardarsi senza riconoscersi subito, di osservare i propri difetti filtrati. Ma oggi quella distanza si è annullata.  

Il vero nodo non è che tecnologia avremo, ma che rapporto avremo con essa. E soprattutto: chi pagherà il prezzo del progresso? Chi verrà sacrificato, invisibilmente, per sostenere il benessere altrui?  



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