Sorry, Baby e il dialogo tra trauma e futuro
- Irene Monti

- 15 gen
- Tempo di lettura: 4 min

Esce oggi – 15 gennaio – in alcune sale selezionate italiane Sorry, Baby, esordio alla regia dell’interprete americana Eva Victor. Nel progetto, infatti, Victor è anche attrice protagonista, con un’incredibile performance sostenuta da una altrettanto talentuosa Naomi Ackie.
Presentato in anteprima al Sundance Film Festival l’anno scorso e successivamente scelto come film di chiusura nella sezione Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes, il film racconta la storia di Agnes, una giovane donna la cui vita viene sconvolta da un episodio traumatico subito durante gli anni del college. L’opera si apre con l’arrivo della migliore amica Lydie in casa della protagonista, per passare qualche giorno insieme. La sera, le due si ritrovano a cena con dei vecchi compagni di corso ed è proprio lì che il trauma di Agnes viene risvegliato.
Da quel momento in poi, il film si sviluppa in capitoli che hanno il compito di raccontare i tre anni precedenti, partendo da quello in cui avviene la “cosa brutta” che segnerà indelebilmente la vita di Agnes. Nel momento in cui si svolge l’accaduto, la scelta registica – sensibile e silenziosa – di Eva Victor è quella di non mostrare allo spettatore cosa succede, ma di lasciarlo fuori dalle mura che circondano l’avvenimento, osservando, grazie all’imbrunire, il tempo che passa. È dall’uscita di Agnes dalla casa – veloce, disturbata – che comprendiamo che qualcosa non va.
Il long take di Agnes che guida per tornare a casa restituisce pienamente la sua sensazione di disagio: la scena è silenziosa, accompagnata solo dai suoni della macchina e della strada, ma i suoi pensieri sono più rumorosi che mai e anche noi possiamo sentirli. Tornata a casa, la ragazza racconta tutto a Lydie, e insieme all’amica scopriamo cosa è successo.
Quello che cerca di fare Eva Victor, nei momenti immediatamente successivi all’evento traumatico e nei tre anni che seguono, è spiegare il complesso reinserimento nella società di un individuo profondamente segnato da un dolore spesso latente. In uno dei momenti in cui Agnes si ritrova da sola in camera, la ragazza è terrorizzata da qualcosa che neanche lei riesce a identificare: forse dai suoi stessi ricordi, dai suoi pensieri. Per nascondersi e proteggersi dall’esterno, la protagonista ricopre la finestra – priva di una tenda – con i fogli della sua tesi, fissandoli con dei pezzetti di scotch, che non fanno altro che ricordarle il trauma vissuto. In questo modo, Agnes rimane intrappolata nell’impossibilità di superarlo.
La scena è fortemente significativa: più avanti, infatti, la donna proverà pian piano a distruggere quel velo, materialmente e, soprattutto, simbolicamente.
Il trauma di Agnes si manifesta sotto forma di demoni che la inseguono, ma che vivono silenziosamente dentro di lei. Uno di questi è la nascita della sua sindrome dell’impostore, evidente in alcune sequenze della prima parte del film. La donna viene accusata di essere “la più giovane” tra gli insegnanti, insinuando che essere stata la preferita del loro ex professore l’abbia aiutata a ottenere la posizione accademica. Tornata a casa, Agnes, in un momento di confessione con Lydie, sussurra: “non so nemmeno se dovrei avere quel lavoro”, assecondando non solo le voci dei suoi vecchi compagni, ma anche le proprie insicurezze. Agnes ha paura che il suo talento non venga riconosciuto, che i traguardi raggiunti non siano frutto del merito, fino ad autoconvincersene lei stessa. Il giudizio dell’altro vince sulla propria autostima, lasciando spazio alla vittoria di un sistema che ci vuole vecchi, e possibilmente uomini: così da levare ogni dubbio.
Agnes vive gli anni successivi al trauma senza una prospettiva futura, ripetendo più volte nel film la frase “non riesco a immaginarmi vecchia”, che nasconde qualcosa di molto più profondo. C’è una canzone della cantautrice americana Gracie Abrams che recita “I can’t picture anything past twenty-five” (Camden), la cui impossibilità di vedersi oltre i venticinque anni sembra avvicinarsi simbolicamente alla malinconica frase di Agnes. Spesso ciò che ci fa sentire inadatti sono le nostre cicatrici, che ostruiscono una visione chiara del futuro, ed è facile rispecchiarsi in questa sensazione per chi ha vissuto qualcosa di così intenso da credere di aver provato tutto – ogni emozione ed ogni paura – senza riuscire a immaginare altre versioni di sé stessi, possibilmente migliori.
È un’immagine triste, soprattutto se accostata a uno dei primissimi momenti dell’opera, in cui Lydie confessa ad Agnes di essere incinta. Le due iniziano a immaginare come sarà il parto, quanto dolore comporterà e quanto sarà spaventoso diventare madre. “Essere sposati è una cosa da grandi”, dice Lydie, e le amiche si chiedono come si siano ritrovate catapultate in una fase della vita a cui avevano sempre pensato – e forse un tempo sognato. I due momenti non sono gemelli, ma sicuramente fratelli: per anni Agnes sente di non riuscire a immaginare il proprio futuro, soprattutto perché in esso vede riflesso il dolore vissuto; ma quando si ritrova a parlare del futuro di una delle persone a cui tiene di più al mondo, inizia a sperare anche per sé stessa, come se le loro vite potessero incrociarsi in modo salvifico.
Eva Victor racconta in modo delicato, ma allo stesso tempo estremamente autentico, la complessa elaborazione – che non richiede un tempo specifico e uguale per tutti – di un trauma, con i suoi ricordi dolorosi e un inspiegabile senso di colpa che spesso pesa più del dolore stesso. In particolare, la regista affida all’amicizia un ruolo fondamentale: la presenza di Lydie nella vita di Agnes è costante, anche quando non si trovano fisicamente vicine. Questo perché è testimone dell’evoluzione di Agnes, ma anche del momento più difficile della sua vita, in cui l’amica diventa sostegno attivo. Lydie rappresenta la cura – che forse è la vera misura dell’amore – e la fiducia cieca, tanto da lasciarle la bambina senza pensarci due volte.
La nuova vita che arriva, la figlia della sua migliore amica, diventa per Agnes simbolo di rinascita e di chiusura di un cerchio: ritrova un motivo per restare al mondo, per dare valore alla propria vita, rendersi utile e restituire a qualcun altro la stessa cura che anche lei ha avuto la fortuna di ricevere da Lydie: ascolto sincero, privo di giudizio e senza paura.


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