THE TALE OF THE SKULL TREE – Tim Burton e la magia della stop-motion
- Paola Arcifa

- 25 ago 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 10 dic 2025

Tra i titoli più visti del momento nella classifica Netflix troviamo la seconda stagione di “MERCOLEDÌ”, diretta da Alfred Gough, Miles Millar, Tim Burton; e c’è una scena, inserita nel primo episodio di questa stagione (Here We Woe Again), che profuma di Tim Burton da tutti i pori: The Tale of the Skull Tree, un cortometraggio animato in stop-motion e bianco&nero diretto proprio da lui.
Abbiamo scelto di parlarne proprio oggi, in occasione del compleanno del regista, come omaggio a un autore capace di trasformare ogni immagine in una piccola opera d’arte e di ispirare generazioni con il suo immaginario unico.
Questa sequenza – parte della narrazione di Ajax (Georgie Farmer) che racconta la Leggenda dell’Albero del Teschio ai nuovi studenti della Nevermore Academy nella Caliban Hall – spicca per il suo stile unico; infatti, per la realizzazione sono stati necessari otto mesi di minuziosa animazione delle marionette, fotogramma per fotogramma.
Il frammento narra la storia di un uomo brillante i cui desideri ambiziosi lo portano alla rovina. L'animazione mostrava un bambino malaticcio nel suo letto mentre realizzava diversi progetti, uno dei quali era un cuore meccanico che aveva creato affinché il suo "corpo potesse tenere il passo con la sua mente abbagliante". Tuttavia, col tempo, il cuore lo trasformò in un uomo freddo e ossessionato dalle sue missioni creative, finché il suo genio "gli costò la vita". Secondo il narratore, il corpo del ragazzo rimane sottoterra, ai piedi dell'albero del teschio, dopo un’esplosione avvenuta nella torre dell’accademia che lo catapulta proprio lì.
Come già detto, la tecnica cinematografica utilizzata per la realizzazione della scena è quella della stop-motion, che crea l'illusione del movimento attraverso la sequenza di immagini statiche, solitamente fotografie, di oggetti inanimati o persone che vengono spostati impercettibilmente tra uno scatto e l'altro. Questi fotogrammi, una volta riprodotti in rapida successione, danno l'impressione che gli oggetti si muovano da soli.
Tim Burton non è nuovo a questo modo di operare, si tratta di un ritorno alle origini: era il 1982 quando produsse il suo primo breve cortometraggio animato in stop-motion, Vincent, storia di un ragazzino incompreso e sognatore, che si credeva Vincent Price (di cui la voce fuori campo narratrice era proprio quella dell'attore). Continuando poi con il corto Frankeweenie (1984) e i lungometraggi Nightmare Before Christmas (1993) di Henry Selick, La sposa cadavere (2005) in co-regia con Mike Johnson e la traduzione per disney di Frankeweenie (2012).
Per dare vita a questo lavoro, Burton si è rivolto agli omonimi supervisori dello stop-motion di Mackinnon & Saunders, artigiani con i quali aveva già lavorato in precedenza per alcune delle sue opere già citate e per il più recente Beetlejuice Beetlejuice (2024); lo stesso Mackinnon ha affermato:
"Dato che il nostro lavoro insieme su Beetlejuice con Tim, Al Gough e Miles Millar ha creato un rapporto fantastico, un mese o due dopo, Tim è tornato e ha detto: 'Penso che abbiamo una grande idea per raccontare una storia in flashback per la nuova stagione di MERCOLEDÌ, e mi piacerebbe molto realizzarla in stop-motion'".
Inizialmente, Gough e Millar avevano pensato a questo flashback come una semplice scena da girare in bianco e nero, ma volendo rendere l’episodio maggiormente d’impatto (per aprire in bellezza la nuova stagione), hanno deciso di riscrivere la sequenza pensandola in stop-motion.
L’idea piacque molto a Burton, tanto che prima dell’inizio delle riprese aveva già realizzato la testolina del personaggio protagonista con plastilina e graffette che facevano da capelli, come ad enfatizzare la sua natura di scienziato fuori dagli schemi.
Fedele allo stile burtoniano, questo modellino ha funto da supporto per il lavoro di Mackinnon&Sounders, i quali sono riusciti a ricreare l’atmosfera dell’espressionismo tedesco tanto voluta da Burton, con un taglio cupo e inquietante che ben si adattasse alla serie stessa; inoltre, lo stesso artista ha voluto che venisse messo in risalto l’aspetto artigianale e che sembrasse un film realizzato da qualcuno alle prime armi, con una rifinitura grezza; così si è deciso di utilizzare anche oggetti riciclati e di vecchi ingranaggi, ma anche inquadrature insolite con prospettive forzate.
Ma cos’è che ha spinto Burton ad avvicinarsi a tale espressione artistica? In un’intervista per Vanity Fair, il regista ha parlato proprio del suo profondo amore per tale medium, in cui racconta il primo film in stop-motion che ha visto sia stato Gli Argonauti (diretto da Don Chaffey, 1963) e abbia passato la sua infanzia guardando Rudolph la renna dal naso rosso (1964) prodotto da Rankin/Bass.
Inoltre, ricorda come sia stato anche influenzato ad approcciarsi a questa tecnica dalla sua insegnante d’arte Adams alla Burbank High School, la quale regalò all’artista la sua prima cinepresa Super 8 per la stop-motion.
Lo stesso Tim Burton racconta in un video del dietro le quinte della scena:
"Ho sempre amato questo mezzo, la sua qualità tattile, ed è un elemento importante per raccontare la storia, il suo significato. […] Mi sono entusiasmato molto ogni giorno, perché è stato divertente e creativo vedere questi pupazzi prendere vita, c'è qualcosa di molto magico in questo.".
E l’impatto emotivo è molto evidente: lo spettatore si ritrova immerso in un mondo gotico e horror che affascina e cattura totalmente, una declinazione nostalgica dell’infanzia e una magica esperienza, proprio perché si tratta di un piccolo gioiello che arricchisce la serie e conferma il potere evocativo del medium artigianale. È un esempio lampante di come tecniche e stili classici possano trovare nuova vita in un contesto contemporaneo.
Un dato da tener ben presente, soprattutto dopo le polemiche che hanno visto protagonista lo stile inimitabile di Tim Burton e l’intelligenza artificiale, utilizzata dalle persone per ‘rubare’ quella che è l’impronta unica dell’artista, tanto da venir definita da egli stesso come un “un robot che ti prende l'umanità, la tua anima”.
In fondo, il cuore meccanico del racconto non è così distante dalle paure odierne: una creatività alimentata da ingranaggi freddi, capace di produrre meraviglie ma anche di soffocare ciò che ci rende umani. È lo stesso timore che affiora nel dibattito sull’intelligenza artificiale applicata all’arte: un genio senza anima, impersonale, che rischia di ridurre la sensibilità a mera funzione automatica.
Resta da vedere se, prima o poi, Tim Burton deciderà di regalarci un’opera interamente in stop-motion, un esperimento che molti fan sognano e sperano. Fino ad allora, non possiamo che continuare a seguire con curiosità e attesa l’evoluzione di un autore che ha ancora molto da dire e ad augurargli buon compleanno!


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