Tra tempo e memoria si nascondono le nostre vite passate
- Andrea Vittorio

- 29 mag
- Tempo di lettura: 4 min

“Of all the souls I have encountered in my travels, his was the most… human.”
Quando il Capitano Kirk pronuncia questa frase alla fine di Star Trek II: The Wrath of Khan, sta parlando di amicizia, ma intercetta involontariamente una delle ossessioni della cultura occidentale: l’idea che esista qualcuno capace di completarci al punto da dare forma definitiva alla nostra identità.
Forse questa ossessione nasce proprio dal modo in cui percepiamo il tempo e la nostra esistenza. Vivere significa procedere continuamente in avanti, accumulando esperienze ma anche perdite: ogni scelta definisce ciò che siamo, ma allo stesso tempo elimina infinite possibilità alternative. È in questa tensione tra ciò che abbiamo vissuto e ciò che avremmo potuto essere che si inserisce il desiderio di trovare qualcuno capace di restituirci un senso di completezza, come se l’altro potesse colmare tutte le versioni di noi rimaste incompiute.
Abbiamo smesso di guardare l’amore come un’esperienza di trasformazione reciproca per iniziare a viverlo come una vera e propria caccia. Crediamo che da qualche parte esista un unico individuo destinato a noi, un’anima gemella capace di assorbire ogni mancanza e di rispondere a tutti i nostri bisogni emotivi, psicologici e perfino identitari. Così l’incontro con l’altro smette di essere un mistero e diventa un problema di ottimizzazione: se una relazione si incrina, se emergono limiti o incompatibilità, allora significa soltanto che abbiamo scelto la persona sbagliata e dobbiamo ricominciare la ricerca.
Quando Past Lives di Celine Song – suo esordio – è arrivato nelle sale nel 2023, il pubblico occidentale vi è entrato portandosi dietro esattamente questo immaginario. Tutto sembrava suggerire la più classica delle storie sulla predestinazione romantica: due bambini che si innamorano a Seul, una separazione improvvisa causata dall’emigrazione, un ricongiungimento virtuale dodici anni dopo e infine un incontro reale a New York, altri dodici anni più tardi. Ogni elemento della narrazione sembrava preparare il terreno per il ritorno inevitabile del destino. Eravamo pronti a scegliere da che parte stare, a chiederci chi fosse “la scelta giusta”.
Celine Song però ci sorprende e non racconta un tradimento, non costruisce un melodramma sull’amore impossibile e non celebra la vittoria del destino sulla razionalità. Fa qualcos’altro: prende il concetto occidentale di anima gemella e lo svuota, introducendo una parola coreana che cambia completamente il modo in cui interpretiamo i legami umani. Quella parola è In-Yun.
Nel film, Nora spiega quasi casualmente ad Arthur, l’uomo che diventerà suo marito, il significato del concetto coreano di In-Yun. Seduti al bancone di un bar, gli racconta che si tratta del filo invisibile che lega due persone le cui anime si sono già incontrate in vite precedenti. Se due sconosciuti si sfiorano per strada, se i loro vestiti si toccano anche per un solo secondo, significa che esistono già strati di In-Yun accumulati tra loro. Perché due persone arrivino a sposarsi, dice la tradizione, servono ottomila strati di In-Yun costruiti altrettante vite.
L’anima gemella occidentale è un’idea profondamente esclusiva: presuppone che esista una sola persona giusta e che tutte le altre siano errori, deviazioni o versioni temporanee dell’amore vero. È un modello che genera ansia e frustrazione, perché ci obbliga a cercare un unico incastro perfetto e, una volta trovato, pretendiamo che resti immutabile nel tempo, capace di soddisfare ogni nostra esigenza presente e futura. L’In-Yun, invece, funziona in modo completamente diverso: non isola due individui dal resto dell’universo, ma li inserisce dentro una rete infinita di connessioni invisibili. L’In-Yun si nutre del passato, della possibilità e anche dell’assenza.
Celine Song riesce a rendere questa filosofia qualcosa di concreto, incarnato nei corpi e negli spazi vissuti dai personaggi. Nessuno, infatti, è il cattivo della storia. Arthur non è l’ostacolo da superare per raggiungere il vero amore, né l’uomo mediocre o distratto che giustifica il ritorno di una passione perduta. È un compagno presente, empatico, capace di amare.
Riconosce che la persona che ama possiede stanze interiori a cui non potrà mai accedere del tutto, non per mancanza d’amore, ma perché alcune parti di noi appartengono a tempi, luoghi e vite che nessuna relazione presente può cancellare.
Dall’altra parte c’è Hae Sung, che arriva a New York portando con sé non solo il ricordo dell’infanzia, ma una versione alternativa della vita di Nora. In lui sopravvive la lingua coreana che Nora parla ormai soltanto nei sogni, la bambina ambiziosa che voleva vincere il Nobel, il passato rimasto congelato a Seul. Hae Sung non vuole distruggere nulla, cerca semplicemente di capire cosa ne sia stato della persona che ha amato e della parte di sé rimasta intrappolata in quel ricordo.
In una narrazione tradizionale Nora dovrebbe scegliere tra sicurezza e passione, tra presente e destino, ma Past Lives rifiuta questa semplificazione. Nora ama Arthur, ma anche Hae Sung. Entrambi i sentimenti sono reali, entrambi sono legittimi.
“E se anche questa fosse una vita passata e fossimo già qualcos’altro l’uno per l’altra nella nostra prossima vita? Chi pensi che saremo allora?”, chiede Hae Sung a Nora mentre si stanno salutando.
Nora risponde di non saperlo. E lui, prima di salire sull’auto, dice soltanto “Ci vediamo lì”.
Past Lives ci dice che è possibile amare profondamente qualcuno senza possederlo, che lasciare andare non significa negare l’intensità di un legame, che esistono relazioni il cui senso risiede proprio nella loro impossibilità di durare. L’In-Yun permette a Nora e Hae Sung di separarsi senza trasformare il loro rapporto in un fallimento. Non si stanno dicendo addio perché l’amore e la passione non erano abbastanza forti da scavalcare il resto; si stanno separando perché il loro legame, in questa vita, aveva esattamente questa forma. Dovevano essere custodi reciproci dell’infanzia, testimoni di ciò che erano prima che il mondo li trasformasse.
Tutti abbiamo avuto una Nora, e tutti abbiamo avuto un Hae Sung: tutti abbiamo rincorso, cercato nello spazio della fantasia un nome a cui aggrapparci per continuare a sperare, e su di lui modellare realtà alternative. Ma non siamo individui incompleti alla ricerca dell’incastro perfetto, bensì esseri umani attraversati continuamente da incontri, separazioni e trasformazioni. Riflettere sulle nostre vite passate e sui futuri possibili che ogni scelta inevitabilmente lascia indietro ci libera dalla tirannia dell’anima gemella e ci restituisce qualcosa di molto più umano: la possibilità di considerare ogni legame – anche quelli brevi, incompiuti o dolorosi – come parte essenziale del nostro percorso.


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