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Tutti la vogliono, tutti la cercano…



Negli ultimi mesi è bastato scorrere TikTok o Instagram per pochi secondi per imbattersi in un capo d’abbigliamento che è diventato improvvisamente onnipresente: la Tang Jacket rilanciata da Adidas. Non si tratta semplicemente di una giacca alla moda, ma del simbolo tangibile di un fenomeno culturale molto più ampio che intreccia moda, identità, dinamiche sociali e persino equilibri geopolitici. Intorno a questo capo si è infatti sviluppata una narrazione che rimanda a qualcosa di più profondo: il desiderio, sempre più diffuso soprattutto tra i giovani, di connettersi, o almeno immaginare di connettersi, con la cultura cinese.



Per comprendere veramente questo fenomeno, dobbiamo partire dalla giacca stessa. Quella che oggi viene chiamata “Tang Jacket” è in realtà il risultato di una lunga evoluzione storica; anche il nome stesso è relativamente recente, infatti ha acquisito popolarità a livello globale nel 2001, quando i leader internazionali la indossarono durante il vertice APEC di quell’anno. Non ha quindi alcun legame diretto con la dinastia Tang, come molti credono, ma deriva dal termine tangren (唐人), usato per riferirsi alla stessa popolazione cinese. Le sue radici, tuttavia, affondano nel magua (馬褂), una giacca dell’era Qing originariamente progettata per l’equitazione che gradualmente è entrata a far parte dell’abbigliamento quotidiano. 



Ciò che rende questo capo immediatamente riconoscibile sono dettagli come il collo alla coreana e, soprattutto, i caratteristici bottoni a nodo di rana (noti come pankou 盘扣) che affondano le loro origini nelle tradizioni artigianali dell’Asia settentrionale. Per tutto il XX secolo, la giacca Tang ha continuato a esistere come simbolo dell’estetica tradizionale, fino a quando, durante la Rivoluzione Comunista, è stata messa in ombra dalla più austera giacca Mao. Tuttavia, non è mai scomparsa del tutto dall’immaginario collettivo: tra gli anni ’70 e ’80 è tornata alla ribalta grazie al cinema di Hong Kong e ai film di arti marziali, diventando per il pubblico occidentale un’icona visiva immediatamente associata alla cultura cinese.


Oggi, tuttavia, la sua rinascita sta avvenendo in un contesto completamente diverso. In Cina, negli ultimi anni è emerso il cosiddetto “nuovo stile cinese”, o xinzhongshi (新中式), un movimento culturale e stilistico attraverso il quale le giovani generazioni stanno riscoprendo e reinterpretando il proprio patrimonio culturale. Non si tratta di semplice nostalgia per il passato, ma di una vera e propria rivisitazione contemporanea: gli elementi tradizionali vengono integrati in outfit urbani, minimalisti e funzionali, dando vita a un’estetica al tempo stesso distintiva e globale. È proprio in questo contesto che la versione proposta da Adidas si inserisce perfettamente, trasformandosi da prodotto pensato per il mercato cinese a oggetto del desiderio internazionale.



La Tang Jacket di Adidas non nasce come semplice operazione estetica o come capo pensato per diventare virale a livello globale: il modello contemporaneo che oggi vediamo ovunque è stato progettato dal team creativo Adidas con sede a Shanghai e presentato durante la Shanghai Fashion Week, per poi arrivare sui mercati internazionali nei mesi successivi, tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. Il timing non è casuale: il lancio è avvenuto in concomitanza con il Capodanno lunare, un momento chiave per il mercato asiatico e per tutte le operazioni di marketing legate all’identità culturale cinese. In questo senso, il capo d’abbigliamento Adidas rappresenta un esempio perfetto di glocalizzazione: un prodotto radicato nella cultura locale ma capace di parlare un linguaggio internazionale.



Il successo virale della giacca, infatti, non può essere spiegato solo dal suo design; ciò che l’ha resa così ambita è stato il contesto culturale in cui ha avuto grande risalto, dominato dalla tendenza nota come Chinesemaxxing. Sui social media, questo fenomeno si manifesta attraverso contenuti spesso ironici in cui gli utenti occidentali imitano le abitudini quotidiane associate alla Cina, come bere acqua calda invece che fredda, indossare pantofole in casa e seguire pratiche di benessere ispirate alla medicina tradizionale, il tutto accompagnato da una frase che è diventata virale: “Mi hai incontrato in un momento molto cinese della mia vita”.



Dietro l’ironia, tuttavia, si nasconde un cambiamento più significativo. Proprio come con la diffusione globale della cultura sudcoreana – dal K-pop alla cura della pelle e alle serie TV – o il fascino del Giappone, anche la Cina sta vivendo una fase di crescente attrattiva culturale. Tuttavia, questo caso è diverso, perché la Cina non è solo un riferimento estetico o di cultura pop, ma anche una superpotenza globale con un ruolo politico ed economico centrale. Sorge quindi inevitabilmente la domanda: perché proprio adesso? Una delle risposte più convincenti rimanda alla crescente disillusione nei confronti del modello occidentale. Negli Stati Uniti, in particolare, molti giovani percepiscono instabilità politica, tensioni sociali e mancanza di prospettive e in questo contesto, la cultura cinese viene idealizzata come alternativa: più stabile, più equilibrata e più incentrata sul benessere collettivo. Questa percezione, ovviamente, è parziale e spesso filtrata dai social media, sappiamo infatti che la realtà non è così rosea come la si dipinge. Infatti, i contenuti virali tendono a mostrare solo una parte della realtà. La vita quotidiana in Cina è ben più complessa di quanto suggeriscano i meme: vi sono sfide economiche, pressioni sociali e vincoli politici che raramente emergono nelle narrazioni occidentali. 


Il successo di queste tendenze solleva questioni importanti, soprattutto quando si parla di appropriazione culturale. La differenza tra appropriazione e apprezzamento è sottile ma fondamentale. Quando gli elementi culturali vengono utilizzati senza comprenderne il significato, ridotti a mera estetica o sfruttati commercialmente senza alcun riconoscimento, si crea una dinamica problematica; al contrario, l’apprezzamento implica studio, rispetto e consapevolezza. Nel caso della giacca Tang e del Chinesemaxxing, il rischio è proprio quello di trasformare una cultura complessa in una collezione di simboli superficiali, rapidamente consumati e poi scartati. Ciò è particolarmente delicato se si considera che solo pochi anni fa, durante la pandemia di COVID-19, le comunità cinesi e asiatiche sono state oggetto di discriminazione, alimentata in parte da una retorica politica come quella di Donald Trump. Il passaggio dallo stigma al fascino, senza alcuna reale analisi critica, evidenzia quanto questi fenomeni possano essere contraddittori.


In definitiva, la giacca Adidas Tang non è solo un capo di abbigliamento, ma il simbolo di un momento culturale specifico: rappresenta l’incontro, a volte superficiale, a volte autentico, tra mondi diversi, tra curiosità e consumo, tra identità e globalizzazione.

È un fenomeno che, insieme al Chinesemaxxing, potrebbe essere letto proprio come una nuova fase della cosiddetta Asian Wave; una fase in cui l’influenza asiatica non riguarda più solo l’intrattenimento, ma entra nel territorio dell’identità, dello stile di vita e persino delle aspirazioni personali.


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