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Twenty One Pilots: la musica come strumento di introspezione

Aggiornamento: 10 dic 2025


I Twenty One Pilots, duo musicale composto da Tyler Joseph e Josh Dun, non si sono mai limitati a scrivere soltanto canzoni. Ognuno dei loro album è un frammento di un racconto che, mascherato da distopia, parla in realtà di qualcosa di molto più vicino: la battaglia quotidiana con noi stessi. L’ultimo album, Breach, segna la fine di quest’arco narrativo decennale e si pone come la sintesi musicale di tutti i suoni passati, il risultato di anni di crescita e sperimentazione. Si tratta di un progetto che porta a domandarsi: cosa succede dopo una fuga? Ma, in primo luogo, cosa ci porta a voler fuggire?


Tutto inizia nel 2015, con Blurryface. Qui conosciamo la figura che diventerà un’ossessione collettiva dei fan e che dà il nome all’album: Blurryface, la personificazione delle insicurezze e del giudizio esterno. Tyler lo mette in scena non solo nei testi ma anche con il body paint nero che utilizza sulle mani e sul collo, quasi a segnare fisicamente le zone “contaminate”. È la prima tappa di una storia che parla di lotta interiore, ansia e vulnerabilità.

Nel brano di apertura, Heavydirtysoul, Tyler urla al mondo la propria necessità di salvezza, introducendo l’intera poetica dell’album. Poetica che prosegue con brani come Doubt, che parla ad un pubblico terrorizzato da abbandono e distacco, o come The Judge, un dialogo diretto con Dio, un tentativo di chiedere aiuto nel momento di massimo smarrimento. È un disco che mette a nudo il disagio giovanile senza mai prendersi troppo sul serio, essendo sia ballabile e leggero che soffocante e oscuro allo stesso tempo. Con esso nasce la comunità dei fan come spazio di resistenza collettiva in cui la fragilità non è debolezza, ma terreno comune.


Tre anni dopo, con Trench, i Twenty One Pilots aprono le porte a un vero e proprio mondo immaginario in cui la lotta interiore si trasforma in allegoria: attraverso le canzoni ed i video musicali ci ritroviamo catapultati a Dema, una città governata dai Nine Bishops, figure oppressive che imprigionano chi cerca libertà. In contrapposizione a Dema c’è Trench, continente immenso e luogo di resistenza guidato dai Banditos, ex abitanti di Dema fuggiti. È in quest’album che appare per la prima volta Clancy, abitante di Dema e protagonista della storia, alter ego narrativo che rappresenta l’individuo che cerca di fuggire dalla prigionia mentale e sociale. Ad aiutarlo ci sará sempre Torchbearer, il tedoforo capo dei banditi che tornerà di volta in volta dentro le mura per salvarlo.

Uno dei brani chiave di Trench per me è Morph in cui, insieme a Nico and the Niners, ci viene presentato Nico, la vera identità di Blurryface, uno dei Nine Bishops che governano Dema e che riporterà continuamente indietro Clancy dopo ogni sua fuga. Le canzoni sono degli inni alla ribellione, l’inizio della resistenza. Bandito prosegue celebrando l’identità di chi rifiuta il controllo e lotta per la sopravvivenza del gruppo. Con Leave the City capiamo che non c’è un lieto fine, ma solo la consapevolezza che la lotta è ancora in corso e che c’è speranza. L’estetica si fa militante, distopica, e la musica diventa più stratificata, più consapevole.


Poi nel 2021 arriva il colpo di scena. Viene pubblicato Scaled and Icy, apparentemente il disco più colorato e spensierato della band, con suoni pop, vivaci e accattivanti. Ma dietro la facciata si nasconde una nuova sfumatura della storia: il titolo stesso dell’album è un anagramma di Clancy is dead. È come se fosse la voce dei Bishops ad aver preso il sopravvento, cercando di rassicurare falsamente un pubblico ormai manipolato.

Shy Away parla della difficoltà di crescere, di trovare la propria voce creativa; Choker ci mette alle strette con il nostro sentirci soffocati e incapaci di agire; con The Outside iniziamo a vedere le crepe di un mondo eccessivamente color pastello.

Questo disco rappresenta la propaganda, l’utilizzo strumentale di una voce familiare per trasmettere messaggi di allegria, ma che in realtà riflettono solo la paralisi e l’apatia di un prodotto totalmente controllato e creato ad hoc. Ed è per questo che non si tratta un tradimento dello stile ma di un gesto coerente con la logica della storia: mostrare cosa accade quando l’oppressione riesce a soffocare la resistenza.


Il cerchio si stringe con l’album Clancy, pubblicato l’anno scorso, in cui la narrazione si spinge verso una chiusura. L’album riporta il nostro protagonista al centro e racconta il viaggio verso la sua fuga da Dema. L’idea di resistenza diventa più netta: non si tratta solo di una fuga dall’oppressione, ma della conquista di un’identità propria.

Il brano di apertura, Overcompensate, altro non è che una dichiarazione di intenti in cui Clancy annuncia il suo ritorno e spiega agli abitanti di Dema come sfuggire al controllo mentale dei Bishops. Navigating rappresenta una tappa di riflessione in cui prendere atto che nella fuga non c’è solo trionfo, ma anche smarrimento e ricerca. Paladin Strait è uno degli ultimi passi verso la libertà, la preparazione ad una conquista silenziosa, profonda, spirituale.

A livello narrativo, segna una vittoria: Clancy non è più soltanto il simbolo di vulnerabilità e prigionia, ma diventa una voce libera, la voce di chi resiste e conquista la libertà. È un finale che non chiude del tutto, ma apre uno spazio, una breccia che ha rivelato successivamente la scomposizione in due parti del loro atto finale.


Con queste premesse arriva a noi, in tutta la sua epicità, Breach. Tyler e Josh hanno per anni preparato il terreno per il capitolo più ambizioso: se Clancy ha raccontato il percorso verso la liberazione, Breach rappresenta alla perfezione il momento in cui le barriere tra i due mondi — quello immaginario di Dema e quello reale di noi ascoltatori — vengono definitivamente abbattute. Lo stesso titolo suggerisce uno sfondamento, quasi una violazione nei confronti di chi ci sta intorno ma soprattutto di noi stessi, un costringerci ad uscire da costrizioni spesso auto-imposte. Non c’è dubbio che quest’ultimo album sia una lettera d’amore alla loro musica, ma soprattutto a chi ne fruisce.

E lo capiamo sin dal brano di apertura, City Walls, il cui video musicale, ricco di riferimenti e citazioni alle ere passate, ci aiuta a comprendere meglio la fine di questa storia. Clancy sconfigge Nico e diventa una nuova versione del nemico in un eterno loop ma al contrario di quanto si possa pensare non si tratta di un finale spiacevole. La guarigione mentale è un ciclo in cui spesso perdi te stesso per diventare una nuova versione di te, una versione migliore, più istruita, che impara ad abbracciare le proprie insicurezze invece di scappare da esse. Non si tratta di un problema da risolvere, ma di una tensione da gestire ed è proprio questo, per me, il fulcro: Clancy e i banditi hanno distrutto i Bishops per sostituirli e per fare meglio, nella speranza che un giorno riusciranno a rompere il ciclo una volta per tutte. L’unico che rifiuta questo nuovo ruolo è Torchbearer, destinato ad aiutare il prossimo fuggitivo, in un eterno ciclo di perdita e ritrovamento di un amico.

Breach è l’apice ma anche il residuo di un viaggio, la raccolta di ciò che abbiamo seminato. Motivo per cui ci ritroviamo davanti a Garbage, metafora del dialogo interiore negativo, la fase di “pulizia”, il riconoscimento della spazzatura emotiva da scartare per proseguire; in Center Mass si concentra il processo di ricomposizione per scoprire ciò che è rimasto di funzionale e stabile in noi; One Way cattura la lotta tra ambizione e limitazione, in una metafora delle pressioni esterne che ci soffocano.

La traccia finale, Intentions, è il culmine che ci spinge ad accettare che per tutto questo tempo non si trattava di vincere una battaglia, ma di decidere come viverla, con cosa a farci da guida. È l’inizio di una nuova vita, un nuovo stato dell’essere in cui non è più la paura a governare, ma la scelta consapevole, le nostre intenzioni.


L’eredità che Tyler e Josh ci hanno lasciato alla fine di questi dieci anni è un universo tanto melodico quanto narrativo. Non ci hanno offerto soluzioni al nostro disagio, ma l’idea che anche nel disordine e nella lotta interiore ci sia spazio per resistere e per crescere. Per provare ancora e ancora e ancora, senza la certezza di vincere ma con la consapevolezza che il tentativo stesso è già una forma di vittoria.

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