V PER VENDETTA: a man will die but not his ideas
- Andrea Vittorio

- 5 nov 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 10 dic 2025
Remember, remember, the 5th of November…

Ogni anno, il 5 novembre, il cielo inglese si illumina di fuochi d’artificio e falò in occasione della Guy Fawkes Night, la notte in cui il Regno Unito ricorda il fallito Complotto delle Polveri del 1605. Quella notte, un gruppo di cattolici inglesi, esasperati dalle persecuzioni religiose, tentò di far saltare in aria il Parlamento durante la cerimonia inaugurale, con l’obiettivo di assassinare re Giacomo I e spodestare il governo protestante. Il piano fallì e Guy Fawkes, colto in flagrante nei sotterranei del Parlamento con la polvere da sparo, divenne il simbolo del traditore per eccellenza. L’accaduto, celebrato per secoli come una vittoria del potere monarchico e della fede protestante, ha col tempo perso il suo significato religioso e politico, trasformandosi in una festa popolare e folkloristica.
Tutto questo cambia nel 2005, quando James McTeigue, con la produzione delle sorelle Wachowski, porta sul grande schermo V for Vendetta, adattamento dell’omonima graphic novel di Alan Moore e David Lloyd.
L’opera originale, pubblicata tra il 1982 e il 1989, nasceva in un’Inghilterra segnata dalla crisi industriale e dal rigore politico del governo Thatcher. Alan Moore, scrittore anarchico e visionario, immaginava una Londra del futuro dominata da un regime totalitario, in cui lo Stato controllava l’informazione e la vita dei cittadini. In quell’universo, V diventava la voce dell’individualismo e della ribellione: Moore, infatti, non vedeva in V un eroe nel senso tradizionale, ma una forza ambigua, un anarchico colto e spietato capace di ispirare ma anche di distruggere. La sua figura era più un’idea che un uomo, un pretesto per interrogare il lettore su cosa significhi davvero essere liberi.
Nel passaggio al cinema, McTeigue e le Wachowski accentuano la dimensione simbolica del racconto. La Londra cinematografica è cupa, ipercontrollata, scandita da telecamere e schermi che ricordano 1984 di Orwell, e immersa in una propaganda ossessiva che richiama tanto le dittature del Novecento quanto le paure del nuovo millennio come terrorismo, sorveglianza, censura. È un mondo dove la sicurezza è diventata un’arma politica, e il linguaggio del terrore serve a mantenere il controllo. In questo scenario, V non è solo un vendicatore: è un regista di gesti poetici e rivoluzionari e si erge come una figura quasi teatrale, il cui volto è nascosto dietro una maschera di Guy Fawkes, ormai diventata un’icona globale.
La sua voce è quella di un intellettuale, il suo linguaggio è fatto di citazioni letterarie, musica classica e gesti simbolici. Dietro la retorica rivoluzionaria, V incarna qualcosa di più profondo: il potere del pensiero critico. La sua missione non è solo abbattere un regime, ma risvegliare le coscienze collettive anestetizzate dalla paura.
Accanto a lui, la figura femminile di Evey Hammond dà alla storia una dimensione umana e spirituale. All’inizio è una ragazza fragile, impaurita, sottomessa, ma il suo incontro con V cambia tutto: attraverso il dolore, la prigionia e la perdita, Evey intraprende un percorso di emancipazione interiore e comprende che la libertà non è un dono ma una conquista che deve prima passare attraverso la consapevolezza di sé. Evey, al contrario di quanto si pensi, non diventa una copia di V, ma una sua erede, una donna che ha imparato a guardare oltre la paura e a scegliere con coscienza.
a potenza di V for Vendetta risiede nell’essere un’opera che rifiuta di essere ingabbiata in un’unica interpretazione. Alcuni la leggono come una denuncia contro l’autoritarismo, altri come un inno all’anarchia o un elogio della ribellione. Più in profondità, è un racconto sull’essenza dell’essere umano e sulla fragilità della libertà poiché ogni società, anche la più democratica, rischia di cedere al “sonno” della mente.
Con il passare degli anni, anche la maschera di Fawkes è diventata un simbolo universale di protesta. Dalle piazze fino ai movimenti globali come Anonymous e Occupy Wall Street, la sua immagine è stata adottata da milioni di persone in tutto il mondo come emblema di anonimato, resistenza e protesta. Un volto nato per rappresentare un fallimento storico è oggi associato all’idea di potere collettivo, che unifica e al tempo stesso dissolve l’identità poichè chi la indossa non è più un individuo, ma parte di una moltitudine.
Oggi, V for Vendetta parla ad un pubblico immerso per intero in nuove forme di controllo. La manipolazione mediatica è diventata realtà e la paura, invece di provenire da un regime visibile, si trova nei meccanismi invisibili della rete e dell’opinione pubblica. Nonostante ciò, il messaggio rimane lo stesso: finché esisterà qualcuno disposto a pensare criticamente e a dire “no”, nessun sistema potrà essere del tutto invincibile. Ogni volta che quella maschera torna a riapparire tra la folla, il mondo sembra ricordarsi che le idee, a differenza delle persone, non possono essere uccise. Il 5 Novembre non celebriamo più la sconfitta di un complotto, ma la sopravvivenza di un pensiero.
Io sono il frutto di quello che mi è stato fatto. È il principio fondamentale dell'universo: a ogni azione corrisponde una reazione uguale contraria.


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