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Ciò che resta di questi Anni Volati


Non ho mai fatto fumetti per un qualche nobile scopo. Ho fatto fumetti per liberare me, analizzare me e la realtà che mi circonda, mettere in fila pensieri. Molte delle cose quivi descritte sono successe sul serio a noi, ragazzini senza direzione ma con molta voglia di emergere in una Napoli magica che adesso non c’è più.

L’atto di produrre cultura, oggi, assomiglia sempre di più a un corpo a corpo invisibile. In un mercato editoriale saturo, la scelta dell’autoproduzione ha smesso da tempo di essere un ripiego per esordienti. Al contrario, è diventata una dichiarazione di indipendenza

Quando un autore come Walter Petrone, noto al pubblico con lo pseudonimo di Wallie (@wallie_illustrator), decide di tornare al circuito underground, non sta compiendo un passo indietro nella sua carriera. Wallie, che ha alle spalle pubblicazioni importanti con Feltrinelli Comics, avverte evidentemente il bisogno di sottrarsi alle logiche rigide della distribuzione di massa e alle scadenze. L’autoproduzione diventa così l’unico spazio rimasto per una sperimentazione pura, un luogo protetto in cui il contatto tra chi crea e chi legge torna a essere diretto, fisico.


Anni Volati, opera autoprodotta e uscita nel 2025, si inserisce perfettamente in questo ritorno alle origini. Graficamente l’opera mantiene quel tratto espressivo, magnetico e ricco di cambi di stile che ha reso Wallie una delle voci più riconoscibili della sua generazione. È però a livello narrativo che il fumetto graffia con maggiore intensità, muovendosi sul filo teso del racconto coming of age. La storia ruota attorno a sei ragazzi che formano un collettivo di fumettisti, intrappolati in quella terra di mezzo tra i venti e i trent’anni. 

I sei protagonisti si scontrano quotidianamente con la durezza della precarietà economica ed emotiva, con la paura che gli anni stiano volando via senza lasciare una traccia concreta. Sullo sfondo si muove una Napoli bellissima ma opprimente, una città-madre che affascina e respinge allo stesso tempo e da cui i ragazzi sentono la necessità di scappare per evitare di essere intrappolati in un contesto che non sembra offrire loro spazio.


La gabbia da cui i protagonisti cercano di fuggire non è fatta solo di strade: il punto più doloroso di Anni Volati risiede nella rete di relazioni tossiche e disfunzionali che stringe i sei personaggi da ogni lato, prosciugando le loro energie creative e vitali. Questa tossicità non si limita alla sfera di coppia, ma si estende a tutto ciò che circonda le loro vite: il loro è un ambiente sociale sporco, fatto di dinamiche lavorative in cui il lavoro creativo viene sfruttato e svalutato; persino le amicizie, anche quelle interne al collettivo stesso, a volte si trasformano in specchi deformanti che riflettono invidia e cinismo.


La lettura di Anni Volati provoca una strana sensazione di rispecchiamento per chi vive dinamiche simili seppur in luoghi diversi. È impossibile non avvertire una familiarità quasi dolorosa quando si appartiene a propria volta a un collettivo che condivide la stessa identica urgenza di fuga, ma con un paesaggio differente alle spalle. 

Se nella storia di Wallie c’è Napoli a fare da sfondo a questa storia, nella nostra realtà c’è l’ombra dell’Etna. Sostituendo Napoli con Catania, la distanza tra finzione e vita reale si azzera e ci si ritrova a essere sei menti e sei paia di occhi che guardano allo stesso obiettivo, condividendo la stessa fatica. Anche a Catania, la necessità di scappare è dettata dal bisogno di tagliare quei fili che collegano chi produce e diffonde cultura a un contesto umano asfissiante.


I protagonisti di Anni Volati si esprimono attraverso il colore e le vignette. Noi, invece, utilizziamo la parola e la narrazione. Cambiano gli strumenti, ma l’obiettivo resta lo stesso: il bisogno di tradurre e di dare una forma alla frustrazione, all’ansia e al disorientamento di una generazione. Il collettivo smette così di essere una banale aggregazione di individualità e si trasforma in un contenitore emotivo. A volte campo di battaglia, altre volte rifugio sicuro.  

L’arte, per persone come noi, diventa l’unico mezzo per farsi ascoltare e per tentare, metaforicamente o letteralmente, di comprare quel biglietto di sola andata. Di, come dice Wallie, “farsi uccello” e spiccare il volo

L’autoproduzione, allo stesso modo, diventa l’unico modo per riappropriarsi del proprio discorso, uscendo dalle logiche rigide dell'industria culturale. Nell’indipendenza, per quanto faticosa e dispendiosa, si ritrova la purezza: usare il foglio come uno specchio, come l’unico luogo dove poter dire la verità sulla propria condizione senza doverla edulcorare per renderla accettabile a chi vorrebbe vederci rassegnati o sottomessi a dinamiche di vita già decise.


Alla fine della lettura, il fumetto lascia aperta una domanda che è poi lo snodo cruciale delle nostre vite da nati al Sud. Andarsene è davvero l’unica soluzione possibile per salvarsi da un ambiente che rischia di schiacciarci? 

Credo che il senso di questo viaggio non stia nell'illusione di una comunità priva di ombre, ma nella determinazione individuale e collettiva di non farsi spezzare le ali. 

“Chi vola si salva, e per volare devi prima imparare a perdonarti.”

Spiccare il volo è una liberazione che costa fatica, perché l'altezza si guadagna solo alleggerendosi: solo quando impariamo a perdonare e a perdonarci, allora smettiamo di strisciare e iniziamo a guardare il mondo da una prospettiva diversa. Se si trova il coraggio di fare questo passo, allora il senso del viaggio diventa chiaro. Il futuro rimarrà comunque un'incognita, ma il tempo speso a cercare, a cercarsi, a lottare per la propria arte non sarà stato tempo perso e quegli anni, con tutte le loro fatiche e i loro errori, non potranno mai dirsi veramente volati via invano.


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