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Il figlio di tutti: Hamnet e il potere immortale delle storie

Essere o non essere, questo è il dilemma.

Continuare a vivere e a lottare, o lasciarsi andare al dolore e alle ferite inflitte da un tempo che non riesce a risanarle. È questo che prova a spiegare Chloé Zao con il suo ultimo strabiliante lavoro, Hamnet - Nel nome del figlio, uscito nelle sale italiane il 5 febbraio.


Adattamento cinematografico del romanzo di Maggie O'Farrell – che in questa occasione veste i panni di co-autrice della sceneggiatura insieme alla regista – il film racconta la storia, mai rivelata, della dolorosa perdita che ispirò William Shakespeare nella creazione della sua tragedia divenuta capolavoro: Amleto.


È una storia costruita attraverso una catena di atti d'amore: Agnes lascia andare l'uomo amato per poterlo ritrovare, Hamnet testimonia l'affetto per la gemella Judith con il più prezioso dei doni, William scrive e dedica l’opera al figlio per accettare il dolore e chiedere simbolicamente il perdono.


I personaggi di questo racconto d’amore sono abitati da interpreti dal talento straordinario, che compongono un cast perfetto: Paul Mescal è empatico, autentico e assolutamente credibile nel ruolo del più importante autore inglese di tutti i tempi – e di certo anche uno dei più tormentati – dando volto e anima ad un uomo che vive solo grazie alle sue parole. I bambini sono bravissimi, e la performance del piccolo Hamnet (Jacobi Jupe) è da pelle d’oca. Ma a rubare la scena, e il fiato, è Jessie Buckley, che esce fuori dal suo corpo per interpretare il dolore straziante, la speranza e subito dopo la resa, di una donna che ha dato tutto.


La pellicola si apre con l’inquadratura, dall’alto, di Agnes rannicchiata su sé stessa in mezzo alla foresta: è il cuore della terra, così come della storia. Il nome completo del poeta e drammaturgo, infatti, viene pronunciato solo a mezz’ora dalla fine del film («Cerchiamo William Shakespeare»); questo perché l’intera narrazione segue le emozioni e lo sguardo di Agnes. La sua stregoneria, ereditata di generazione in generazione dalle donne della sua famiglia, è la manifestazione di una sensibilità capace di vedere l’invisibile e di percepire l’ignoto.


Il suo personaggio finisce per vivere il dolore più dilaniante, e ingiustificabile, che una madre possa provare, e Jessie Buckely gli dà vita spogliandosi di tutto ciò una diva indossa, appropriandosi dei capelli arruffati, vestiti sporchi di fango, bava, calci, urla disumane. Buckley è al servizio della sofferenza di Agnes


Hamnet è un film di un’intensità sconvolgente, dall’inizio alla fine. L’interpretazione commovente, i costumi che sembrano cuciti addosso ai personaggi, la musica maestosa e intima allo stesso tempo, colori che sembrano dare voce alle emozioni: tutto questo la rende un’esperienza cinematografica completa e monumentale.


La scena finale, la più potente ed evocativa, ha in sottofondo On the nature of daylight di Max Richter, brano composto nel 2004 come atto di protesta per la guerra in Iraq, e utilizzato in diversi momenti cinematografici entrati nella storia per la loro intensità emotiva (Arrival, Shutter Island, The Last of Us).


Se William è parola, teoria, riflessione, immobilità e tormento silenzioso. Agnes è carne, azione, natura, corpo vivo e dolore assordante. Per rappresentare al meglio i loro spiriti, Chloé Zao utilizza il simbolismo dei colori. William è il blu: l’intelletto, il cielo come posto in cui rifugiarsi. Agnes è il rosso: sangue del cuore che batte, la lava, come appartenenza alla terra.


Il filo guida che parte dal loro incontro, sincero e fulmineo, viaggia tra momenti di passione e completo abbandono, l’uno immerso nell’altro. Ma attraversa anche tappe tortuose e squarci irreparabili, fino a condurci alla triste immagine di una famiglia spezzata, un amore dilaniato, che riesce però a ritrovare pace attraverso l'arte e la sua ambizione più pura: donare luce e immortale ricordo a chi non vive più sulla terra, ma vividamente nel nostro cuore.


Un padre tenta di perdonarsi scrivendo e indossando il dolore del figlio; una madre riesce a dirgli addio solo dopo aver realizzato come, colui che ha messo al mondo, sia diventato figlio di tutti, amato e ricordato per sempre, grazie al potere delle storie.


L’abbiamo visto anche con Sentimental Value (Joachim Trier): lì dove non arriva il confronto, il coraggio, l’arte interviene per darci ancora una possibilità. La scrittura può diventare un canale attraverso cui metabolizzare il proprio dolore, e il cinema, più sfacciato, indaga su porzioni di realtà che l’essere umano, nella sua vita normale, rinnega e sotterra. Forse è questo il motivo per cui andiamo al cinema: ci diamo la possibilità di commuoverci davanti ad una storia che non è la nostra, ma che percepiamo come tale, e di provare a guarire da ciò che non diciamo, come fa Agnes accettando di andare a vedere Amleto.


Il resto è silenzio.


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