top of page

JUNJI ITŌ: il genio del manga horror

Aggiornamento: 10 dic 2025

Se proviamo a pensare al sottogenere “horror” nei manga giapponesi, è difficile che non emerga il nome Junji Itō. Il J-Horror, termine utilizzato per far riferimento agli horror di derivazione giapponese, ha sempre avuto una qualità particolare: è lento, meditativo, più interessato al senso di perdita che alla violenza diretta. Itō incarna perfettamente questa tradizione, ma la rinnova.


Junji Itō, classe 1963 di Nakatsugawa, non è esattamente nato come autore. Prima di diventare il più celebre disegnatore horror del Giappone, lavorava come odontotecnico e passava le giornate a modellare denti, osservando da vicino la simmetria e l’imperfezione del corpo umano. È probabilmente da lì che arriva la sua ossessione per le forme, le spirali, le deformazioni che sfidano la logica biologica. Il suo orrore, infatti, non è soprannaturale in senso classico: è solo un’alterazione microscopica di ciò che già conosciamo, come un capello che cresce troppo o un viso che si piega in un modo impossibile.

Questa premessa è fondamentale per spiegare che Itō non parte da una formazione tradizionale da fumettista horror, ma da un’esperienza quotidiana, come il lavoro, e da un’attrazione per il perturbante e l’ignoto. Questo si riflette totalmente nella sua arte: troviamo ambienti familiari, corpi normali che però diventano teatro di deformazioni, un sottile sottotesto che qualcosa non vada, sempre.

L'universo che rappresenta è crudele e capriccioso e i suoi personaggi, spesso senza nessuna valida motivazione, sono vittime di forze soprannaturali maligne o sono puniti sproporzionatamente per infrazioni minori ai danni di un ordine naturale sconosciuto. Il tutto illustrato da un disegno realistico e semplice che enfatizza il contrasto tra la bellezza e la morte.

Itō non ci porta in un altro mondo, ci lascia nel nostro ma ci costringe a guardarlo da un’angolazione disturbante. Uno dei suoi tratti distintivi è infatti la capacità di instaurare l’ansia prima che la scena horror esploda in maniera visiva: le storie spesso cominciano in un contesto rassicurante (scuola, villaggio, casa) e poi lentamente tutto scivola fuori controllo.


Tra le sue opere più celebri ci sono Tomie e Uzumaki, due titoli che raccontano in modo opposto, ma complementare, la perdita del controllo.

La vicenda di Tomie (1987), opera d’esordio dell’autore, prende il via con un omicidio: la protagonista viene fatta a pezzi dai suoi stessi compagni di scuola, spinti da un misto di invidia e repulsione. La sua bellezza magnetica e l’uso manipolatorio che ne fa la rendono, agli occhi degli altri, una figura intollerabile, una strega moderna da eliminare, in un contesto di fantasia collettiva di violenza di genere che Itō trae dai recessi più oscuri dell’immaginario sociale.

Tomie non è di certo una figura virtuosa ma la punizione che subisce è sproporzionata rispetto alle sue colpe: il suo errore non è essere vanitosa o superficiale, ma incarnare un tipo di femminilità indomabile, capace di minacciare la virilità degli uomini che non riescono a dominarla e di suscitare l’odio delle donne che non possiedono la sua stessa libertà. Il suo assassinio diventa un rituale simbolico di sottomissione, un modo per annullarla come donna e come individuo. Come in ogni buona storia horror Tomie non resta morta, bensì ritorna e questa volta decide di accogliere pienamente la sua fama di strega, trasformandosi in un’entità immortale e rigenerante; si moltiplica all’infinito e si vendica non solo dei suoi carnefici, ma dell’intera umanità, insinuandosi ovunque per corrompere e distruggere tutto ciò che la circonda.

Il manga si sviluppa come una raccolta di episodi autoconclusivi, ognuno dedicato a una diversa apparizione di Tomie in contesti sempre nuovi il cui filo conduttore è sempre l’ossessione che la giovane provoca negli uomini che incontra, un’attrazione che lei sfrutta per alimentare il proprio ego e distruggere quello altrui. Diventa un ciclo costante di cui tutti i personaggi sono consapevoli, Tomie compresa, sottolinenando il legame costante tra il desiderio di possesso e l’impulso di annientamento. Un elemento da considerare è che l’elemento erotico è completamente assente: Itō sembra ignorare la connessione tra desiderio e distruzione, per cui gli uomini che bramano Tomie non provano un vero impulso carnale e la violenza che le infliggono è fredda, meccanica, quasi priva di umanità. Le storie di Tomie sono abbastanza brevi da non stancare, tutto è calibrato, preciso, controllato, proprio come i disegni di Itō, puliti e minuziosi.


Poi c’è Uzumaki (1998), probabilmente il suo capolavoro. In esso, il nostro autore trasforma la spirale, simbolo universale di equilibrio e armonia, emblema della sequenza aurea e dell’ordine cosmico, in qualcosa di profondamente disturbante. Nelle sue mani, essa diventa perversione e decomposizione, un segno di follia che si insinua nelle cose e nelle menti, corrompendo la realtà stessa. La storia si svolge a Kurouzu, un piccolo paese circondato da colline e affacciato sul mare, che si trasforma lentamente in una trappola per i suoi abitanti.

Kirie Goshima, studentessa liceale, e il suo fidanzato Shuichi Saito sono i primi testimoni dell’anomalia che contamina la loro comunità. Il padre di Shuichi ne è la prima vittima: colpito da un’ossessione maniacale per ogni forma a spirale, precipita in una follia senza ritorno. Da quel momento, l’intero villaggio cade in un vortice di delirio collettivo: la spirale invade tutto (la vegetazione, le nuvole, i corpi) fino a dissolvere la distinzione tra ordine naturale e incubo.

Itō adotta la stessa struttura narrativa che aveva sperimentato in Tomie, ovvero una serie di episodi autoconclusivi legati da un filo conduttore più ampio. Tuttavia, in Uzumaki il racconto assume un ritmo più essenziale e ciclico, quasi a rispecchiare la forma stessa del tema che esplora. Attraverso questa spirale narrativa e ricollegandosi ad autori come H.P. Lovecraft e Stephen King, l’autore ci parla dell’ossessione e della ripetizione, della prigionia delle abitudini quotidiane e di come le paure collettive possano diventare realtà tangibile. Così Uzumaki non si concretizza solo come un manga dell’orrore, ma come una riflessione deformata sull’ordine e sul caos, sul fascino dell’infinito che, ruotando su sé stesso, finisce per inghiottire tutto.

È metafora dell’ossessione collettiva, del modo in cui un’idea può contagiare la mente come una malattia, ma anche simbolo dell'incessante ricerca della perfezione: coloro che restano indietro e non riescono ad adattarsi alle pressioni della società giapponese diventano inetti, cacciati e inghiottiti dalla società malata. La spirale è soddisfatta solo quando gli ultimi si arrendono, completando finalmente lo schema.


Nei manga di Junji Itō, l’orrore non è qualcosa da comprendere: è una forza naturale da cui nessuno scappa e nessuno vince, in cui tutto si consuma e tutto si ripete. È un horror in questo senso profondamente giapponese ma allo stesso tempo universale, perché parla della paura di perdere il controllo, della dissoluzione dell’identità, dell’essere risucchiati in qualcosa di più grande, il cosiddetto terrore dell’assurdo.

Continuiamo ad apprezzare i lavori di Junji Itō perché, al di là dell’orrore visivo e delle deformità grottesche, c’è qualcosa di profondamente umano nelle sue storie. Le sue opere non si limitano a spaventare: ci mettono a disagio, ci rendono claustrofobici, ci costringono a guardare dentro paure primitive. Itō riesce a insinuare l’orrore nel banale, a trasformare la normalità in qualcosa di disturbante, generando un senso di inquietudine profonda che tocca le corde più sensibili della psiche: in fondo lo leggiamo perché ci riconosciamo, almeno in parte, in quel disagio; perché quelle figure contorte sulla carta sono riflessi delle nostre stesse paure, amplificate e rese visibili.


Commenti


© 2025 by MOVIMENTO 095.
Powered and secured by Wix

bottom of page