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L’ERA DEL REMAKE: il passato che torna in scena

Aggiornamento: 3 feb


Remake, reboot, sequel, prequel, reunion… negli ultimi anni queste parole sembrano monopolizzare cinema, televisione e non solo: dai grandi blockbuster ai prodotti seriali, fino ai videogiochi, il ritorno di storie e personaggi del passato è diventato quasi la regola. Eppure, non si tratta di una novità: i primi remake risalgono agli albori del cinema, quando si rifacevano film a distanza di qualche anno per sfruttare tecnologie più avanzate o per rilanciare idee che non avevano avuto il successo meritato; ai giorni nostri, però, è cambiata la portata del fenomeno, alimentato da un’industria che ha trasformato la nostalgia in una delle sue risorse più redditizie.


Il confine tra remake e reboot non è sempre chiarissimo, tanto che persino addetti ai lavori li usano come sinonimi. In poche parole, il remake è il rifacimento fedele di un’opera, magari con un’attualizzazione della stessa, mentre il reboot è un vero e proprio “riavvio” di un intero universo narrativo. In entrambi i casi, ciò che conta è il ritorno di un immaginario già noto. La domanda, allora, è inevitabile: perché funzionano così bene?


Gli esempi recenti parlano da soli; infatti, nell’autunno 2025 torneranno le Winx con The Magic Is Back, un reboot animato in CGI prodotto da Rai e Netflix. Le sei fate di Iginio Straffi si presentano con un look moderno e nuove tecnologie, ma restano fedeli allo spirito originario di amicizia, scuola e magia. Un altro ritorno, molto atteso dai fan degli anni ’80, è quello di Occhi di gatto: il manga di Tsukasa Hōjō, già anime cult, approda su Rai 2 in una versione live-action francese, con otto episodi ambientati a Parigi. Infine, il caso più clamoroso: Harry Potter, che HBO sta trasformando in serie televisiva, un libro per stagione, per restituire fedeltà al testo e approfondire trame che i film avevano dovuto tagliare.


Se questi casi mostrano quanto il fenomeno sia esteso, gli studiosi ci aiutano a capirne le ragioni più profonde. Luca Malavasi, professore all’Università di Genova, sottolinea che la riscoperta degli anni ’80, ad esempio, risponde a una doppia necessità: da una parte, la generazione che era giovane in quegli anni oggi ha ruoli di potere e porta con sé la propria nostalgia; dall’altra, gli anni ’80 rappresentano l’ultimo decennio analogico, prima della digitalizzazione totale: ecco perché tornano mode come il vinile o le Polaroid, si tratta di feticci che restituiscono concretezza in un mondo sempre più immateriale.


Un punto di vista diverso lo offre Giaime Alonge, docente all’Università di Torino, che vede nella nostalgia non tanto un ritorno a un’epoca specifica, ma il desiderio di rivivere la propria giovinezza. La memoria tende a rimuovere le ombre e a trattenere solo ciò che suscita emozioni positive.


Motivo per cui rientra appieno in quella che viene definita “l’industria della nostalgia”, la quale ruota attorno alla produzione e alla diffusione di prodotti e servizi capaci di evocare ricordi ed emozioni positive del passato, con lo scopo di rafforzare il legame emotivo con il pubblico; si riflette nel marketing, nelle pratiche artistiche e nel discorso politico, dove la nostalgia diventa strumento per persuadere e orientare decisioni collettive.


In questo contesto, le piattaforme di streaming hanno avuto un ruolo decisivo; il costante bisogno di contenuti ha trasformato remake e reboot in una garanzia industriale: non richiedono di costruire un mondo ex novo, possono contare su un pubblico già pronto e istruito, e si inseriscono facilmente nei meccanismi dell’algoritmo, dato che rende il ritorno di franchise collaudati più sicuro e redditizio della sperimentazione.


Resta però il rischio della saturazione: troppi rifacimenti possono stancare il pubblico, e le nuove generazioni non sempre si lasciano conquistare dalle copie degli originali.


E allora, la domanda che sorge spontanea è questa: abbiamo davvero bisogno di continuare a reinventare le stesse storie, o sono proprio quelle storie, a ogni ritorno, a reinventare noi e il nostro modo di guardare al passato?

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