La spietata scalata al successo di Marty Supreme
- Andrea Vittorio

- 23 gen
- Tempo di lettura: 4 min

Dream big. Dream big. Dream big.
Nel cinema di Josh Safdie l’urgenza è sempre stata una questione morale prima ancora che stilistica. Dai ritratti febbrili di Heaven Knows What alla corsa disperata di Good Time, fino all’ossessione performativa di Uncut Gems, il regista ha costruito una filmografia abitata da personaggi incapaci di fermarsi, spinti da una determinazione cieca che confina costantemente con l’autodistruzione. A sei anni da Uncut Gems, Safdie torna dietro la macchina da presa con Marty Supreme, segnando un taglio significativo nel suo percorso autoriale: per la prima volta dirige senza il fratello Benny, impegnato parallelamente su The Smashing Machine.
Si tratta di una separazione che non attenua l’identità del suo cinema, ma anzi la rende più nitida e concentrata. Di fatti, il personaggio che ha ideato insieme al co-sceneggiatore, co-montatore e collaboratore di lunga data Ronald Bronstein è forse il perdente più accessibile e carismatico che abbia mai creato.
Ambientato nella New York degli anni Cinquanta, il film nasce da una libera rielaborazione della figura di Martin Reisman — detto anche The Needle, per via della sua corporatura esile ma anche per il suo umorismo pungente — sportivo e autore di un libro di memorie che da tempo aveva attirato l’attenzione di Safdie e di Timothée Chalamet, coinvolto fin dalle primissime fasi come volto ideale del progetto. Quello che inizialmente potrebbe sembrare un classico biopic sportivo, uno dei territori più battuti dal cinema americano, viene rapidamente scardinato. Marty Supreme usa lo sport come pretesto, come linguaggio, per raccontare qualcos’altro: l’audacia come necessità vitale, la determinazione come motore che non conosce freni e il successo come processo di autodistruzione.
Marty Mauser è un corpo in perenne movimento. La sua traiettoria rimbalza senza sosta da New York a Londra, fino a Tokyo e di nuovo indietro, come — letteralmente — una pallina da ping-pong lanciata da una parte all’altra del tavolo. Nessuno riesce davvero a rallentarlo: non ci riesce Rachel Mizler (Odessa A’zion), che incontriamo sin dalle prime sequenze, già rivelatorie del loro rapporto; non ci riesce sua madre Rebecca (Fran Drescher), che tenta di fare leva sul senso di colpa per riportarlo a casa. Né tantomeno ci riusciranno gli ostacoli che, nel corso di oltre due ore e mezza, si frapporranno tra Marty e il suo obiettivo.
Mauser riconosce già di essere straordinario: sta solo aspettando che anche tutti gli altri se ne accorgano.
La regia di Safdie è immediatamente riconoscibile: macchina a mano nervosa, montaggio serrato, suono invasivo. Come in Uncut Gems, ogni scena è attraversata dalla sensazione che qualcosa stia per sfuggire di mano. È un film sporco e volutamente antiestetico, in cui le luci sono crude e i volti sono segnati dalla fatica. Anche il ping-pong, sport all’apparenza innocuo, viene filmato come una guerra di nervi, quella che per Marty è a tutti gli effetti una prova di resistenza mentale prima ancora che fisica. Ogni partita è per lui una battaglia per affermare la propria esistenza. La sua è un’audacia che ha fame e che non ammette pause.
Safdie evita con precisione qualsiasi romanticizzazione di questa determinazione. Ogni atto audace di Marty ha una conseguenza psicologica, anche quando non viene esplicitata. Le relazioni sono superficiali, strumentali, incapaci di intaccare il suo nucleo difensivo. Gli altri così assumono solo il ruolo di testimoni, avversari o mezzi. Marty deruba e inganna sia i propri familiari sia sconosciuti più o meno ingenui e non si fa scrupoli ad approfittarsi di Kay (Gwyneth Paltrow), trasformandosi da cavaliere a ladro di gioielli. Il film suggerisce infatti che la grandezza passi attraverso la rinuncia alla dignità e alla morale. Eppure, è difficile non lasciarsi trascinare dal percorso spericolato del protagonista o addirittura non tifare per lui.
Marty non è incapace di sentire, ma è terrorizzato dall’idea che sentire possa rallentarlo. Dal punto di vista visivo, il film traduce questa rigidità in un’estetica tesa e claustrofobica. Gli spazi sono affollati, rumorosi. Non esiste mai un vero silenzio (forse perché il silenzio implicherebbe introspezione). La colonna sonora qui fa un ottimo lavoro, alternando silenzi opprimenti a esplosioni sonore che amplificano il caos interiore del protagonista. Anche quando Marty è solo, la messa in scena suggerisce un continuo stato di allerta: il suo corpo è sempre in tensione, pronto a reagire, come se fermarsi per un attimo significasse crollare. O peggio, perdere.
Lo spettatore è altresì chiamato a condividere la fatica di Marty, a sentire il peso della sua audacia ossessiva fino a percepirne l’insostenibilità. In questo senso, Marty Supreme si inserisce perfettamente nel discorso safdiano sulla mascolinità performativa: un modello di uomo che misura il proprio valore esclusivamente attraverso il risultato, incapace di riconoscere la propria vulnerabilità se non come debolezza.
Al centro di tutto c’è senza ombra di dubbio la prova magnetica di un incredibile Timothée Chalamet. L’attore domina ogni inquadratura con un carisma naturale, restituendo un personaggio truffaldino — che ricorda molto il Frank Abagnale Jr di Leonardo di Caprio in Catch Me If You Can — ma autentico nel suo rapporto con talento e ambizione. I vari riconoscimenti che sta ottenendo, dai Critics Choice passando per i Golden Globes e arrivando ad un Oscar che appare adesso tutt’altro che improbabile, suggellano una performance che è il vero motore emotivo del film e che ci ricorda di sognare in grande.
Marty Supreme non chiede allo spettatore di giudicare Marty, né di assolverlo. In quella che rappresenta una satira del sogno americano e un abbattimento dello stesso, ci chiede invece di riconoscere quanto sottile sia il confine tra audacia e rovina, tra determinazione e annientamento, e quanto facilmente il desiderio di non fermarsi mai finisca per consumare tutto il resto.


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