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Moving: i protagonisti silenziosi del divorzio


Moving, lungometraggio del 1993 di Shinji Sōmai, si apre con una sequenza chiara e strutturalmente decisa, e per questo incredibilmente vicina allo spettatore. Renko, la piccola protagonista, si trova a tavola con i suoi genitori. L’atmosfera in cui veniamo immersi è tesa, capiamo subito che qualcosa non va: quello, probabilmente, è l’ultimo pasto che i tre condivideranno come famiglia unita. 


Nella conversazione percepiamo astio tra i due coniugi, così come dalle parole della bambina capiamo che il padre presto andrà a vivere in un’altra casa. Il tavolo su cui cenano cattura subito la nostra attenzione: dal colore verde acceso, la sua forma triangolare è particolare e insolita. Quel triangolo è inevitabilmente spigoloso, e ad ognuno dei suoi lati è seduto uno dei personaggi. Ren si trova nel lato più largo – quello più simile ad un normale bordo di un tavolo – e in mezzo ai due genitori, che a fatica si guardano in faccia. 


Shinji Sōmai, la cui attività cinematografica si svolge principalmente negli anni ’80 e ’90, è considerato uno dei registi più influenti e stimati del panorama giapponese. Ha saputo raccontare l’adolescenza e i suoi turbamenti in modo estremamente reale e al tempo stesso delicato, influenzando, e ispirando, autori contemporanei come Kore’eda, la cui filmografia vede come tema principale proprio quello dell’esperienza infantile.  


Con Moving, uno dei suoi ultimi film, Sōmai racconta una storia di formazione con uno stile ed una sensibilità che confermano il regista giapponese come un cineasta visionario.  L’opera non è solo un film sulla famiglia, e più in particolare sul divorzio, ma sul delicato passaggio tra innocenza e comprensione che in pochi, fino ad allora, erano riusciti a raccontare.  


La narrazione non indaga sui motivi del disfacimento della coppia e della conseguente separazione, non si concentra sulla natura dei litigi e su quelli che sembrano essere i loro personaggi principali (come fa, magistralmente, Noah Baumbach con Marriage Story), ma sull’effetto che questi hanno su Renko, la figlia, che viene riconosciuta come il protagonista silenzioso del divorzio dei genitori.  


Renko è tutto ciò che non ti aspetti da una bambina che sta soffrendo, ed è per questo che la sua performance risulta ancora più credibile e toccante. La tristezza non segue pattern uguali per tutti, soprattutto da bambini, quando non si è ancora entrati in contatto con la malinconia e riconoscerla è un processo complesso, e lento.  


Insieme al personaggio di Ren, contribuiscono alla credibilità del mondo narrativo anche i long takes, di una poeticità mai forzata, ma al contrario naturale nel mostrare ciò che stiamo vedendo attraverso una sospensione reale, come se ci trovassimo anche noi a tavola con i personaggi o al fianco di Renko nelle sue passeggiate. Non sembra di vedere un film, ma di assistere ad uno spaccato di vita reale.  


La prima manifestazione di dolore da parte della bambina è una rabbia che esce fuori in momenti inaspettati e incomprensibili soprattutto per lei stessa: con i compagni di scuola o con la madre, mentre cerca di convincere la figlia ad imparare le regole del contratto per la loro nuova famiglia, Renko alza la voce e inizia a farsi sentire, in modo buffo e casuale, scatenando una reazione nello spettatore che viaggia tra la tenerezza e la nascita di un sorriso spontaneo. Ed è questo uno degli aspetti più incantevoli del film: a volte ti fa sorridere, altre piangere, altre invece ti lascia immobile e senza parole. Questa altalena di emozioni, spesso vicinissime tra loro, è lo spettacolo della vita, insieme alla meraviglia del cinema. 


Ma dove finisce tutta quella rabbia? Tutte le domande senza risposta, tutto lo sforzo di provare a capirsi, tutte le lacrime versate di nascosto?  


I genitori si accorgono dei sentimenti della figlia, tardi come spesso accade, e a cui prima non davano peso, non comprendendo la centralità della separazione nella sua crescita, e nella sua serenità.  


Renko, invece, trova sfogo nella fuga, in una corsa incessante e catartica nella natura. Il “viaggio” che la giovane protagonista compie verso la fine del film è una ricerca di contatto con la natura – il cuore della terra – per potersi riappacificare con la parte più profonda di sé.  


Il percorso culmina in un momento emozionante, suggestivo e visivamente incredibile: Renko abbraccia sé stessa, la sé impaurita, che urla chiedendo di non esser lasciata da sola, e lo fa con il sorriso di chi ha compreso cosa significa accettare l’ineluttabilità delle cose che accadono, di cui non abbiamo controllo, della vita nella sua forma più reale, priva di filtri. Il tutto, però, all’interno di una sequenza che di reale nella sua messa in scena ha ben poco, lasciando spazio ad una regia che riesce perfettamente a rappresentare l’incontro tra malinconia e accettazione


«Dove stai andando?» chiedono alla bambina alla fine del film. «Verso il futuro», risponde. Non esiste il modo giusto per affrontare ciò che ci succede, ma tra mille alternative, esiste quella più adatta a farci correre verso il futuro, senza voltarci continuamente a guardare le ombre del nostro passato.  


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