Perché tutti ascoltano Marco Castello (e continueranno a farlo)
- Irene Monti

- 28 lug 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 10 dic 2025

L’estate scorsa non si parlava d’altro, probabilmente dopo la collaborazione con il produttore Mace nel brano Mentre il mondo esplode, Marco Castello era il cantante del momento e il suo un fenomeno che era riuscito a coinvolgere tutti: giovani, meno giovani, siciliani, non siciliani, e appassionati di generi musicali differenti.
La verità però è che Marco Castello, diversamente da molti altri, si è rivelato un’artista destinato a restare. Dove? Nelle vette delle classifiche, all’interno delle playlist di Spotify, in macchina come sottofondo di un viaggio ma, soprattutto, in quel grande e bizzarro contenitore che è il cantautorato italiano. Bizzarro perchè è diventato difficile, oggi, definire il genere di tendenza della musica italiana. Gli stessi cantautori, che un tempo sembravano tutti assomigliarsi un po’ tra loro e seguire un certo stile capace di renderli riconoscibili come italiani, oggi provano sempre di più a spingersi oltre, sperimentare con le note e trovare la propria identità.
Uno di questi è di certo Marco Castello, che la sua identità non solo l’ha trovata, ma sembra non averla mai cercata. Sembra non essersi mai sforzato per capire chi dover diventare – a livello musicale s’intende – ma al contrario, che quello che scrive, la sua voce, il sound dei suoi brani e il suo modo di stare sul palco, siano frutto di un talento naturale e di un altrettanto naturale amore per la musica.
Ma perché ci piace così tanto? I due album del cantante siracusano – Contenta tu (2021) e Pezzi della sera (2023) – sono il revival di una musica d’autore a cui siamo tutti un po’ affezionati. Si respira una certa nostalgia ascoltandoli, quasi da risultare impossibile non pensare a Battisti: dall’anima funk alla capacità di unire tutti intorno ai suoi testi.
Con una schiettezza alla Brunori Sas e vibes da tramonto in spiaggia alla Pellegrino o Nu Genea, la musica di Marco Castello, però, non risulta mai una copia di qualcos’altro. Come tutti gli artisti ha delle influenze, e come tutti gli ascoltatori molte le associano forzatamente a lui, ma la scoperta dei suoi brani rivela sempre un certo stupore per chi ascolta. È pop sì, ma è jazz, funk, blues, ed è estremamente internazionale: non a caso è a Berlino che registra il suo primo album, ma non solo, fin dal primo ascolto dei suoi pezzi sembra di sentire delle sonorità asiatiche che ci riportano al city-pop giapponese e ad un’atmosfera ambient tipica di artisti come Masayoshi Takanaka.
Non si può non ammettere, inoltre, che l’utilizzo del siciliano nei suoi testi è sicuramente uno dei motivi della loro potenza seduttiva. I termini dialettali sono inseriti sempre con un’estrema naturalezza, come se Castello non avesse avuto intenzione di cambiare il suo modo di dialogare abitualmente - fatto di ironia e irriverenza - ma anzi, di tenerselo stretto e portarlo nella sua musica. La loro presenza diventa rifugio per chi comprende quelle parole, per chi le sente vicine alla sua quotidianità, per chi ne riconosce i posti e si sente a casa.
È altrettanto magico vedere come chi con fatica riesce a comprendere il testo per intero al primo ascolto e allora, morso dalla curiosità, corre a leggerlo, a cercare online i termini che non conosce, i posti che non ha mai visto. La musica diventa così mezzo per la scoperta di qualcosa di sacro: una lingua immutabile, che contiene storia, cultura, luoghi e leggende, personaggi e atmosfere, che tutti possono conoscere e che tutti possono cantare.
Cantare. Questa è la vera forza di Marco Castello. Sembra banale (sappiamo bene che non lo è) ma ascoltare la sua musica dal vivo è quasi meglio che ascoltarla registrata in studio. I suoi live acustici sono intimi e speciali, capaci di creare un piccolo microcosmo in cui l’artista si fonde con la sua chitarra e il suo pubblico. Ma sono i concerti con la sua band a fare la vera differenza. L’esperienza è memorabile: con Danny Bronzini alla chitarra, Giuseppe Molinari alla batteria, Leo Varsalona alle tastiere, Lorenzo Pisoni al basso, Pietro Selvini e Stefano Ortisi ai sax (e speriamo di non aver dimenticato nessuno) il risultato è qualcosa di incredibile. Un’esplosione di talento, divertimento, e soprattutto una complicità palpabile che viaggia tra i loro strumenti e dialoga con i loro sguardi.
Da poco Castello ci ha regalato una hit estiva in pieno stile maccucciu, senza deludere le aspettative della sua community. In collaborazione con Venerus, suo amico e artista brillante, Felini è una canzone diversa dalle altre. Non prende le distanze solo dai classici tormentoni estivi, con ritmi tutti uguali e con lo scopo di crearci una coreografia da villaggio turistico, ma contiene al suo interno una porzione di magia e delicatezza che pochi brani sono riusciti a trasmettere così bene. L’incantesimo è nato in Sicilia: tra le onde del mare i due iniziano a scrivere parole semplici, ma così dolci da coccolare i cuori, combinate così bene da creare quasi una poesia difficile da dimenticare. Questa è Felini, e questa è l’essenza di un’artista come Marco Castello, a cui non serve realizzare ritornelli ad hoc per le radio, quando il suo valore risiede in un intero pezzo dedicato a chi è capace di fermarsi ad ascoltare.



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