Sotto il segno di Orfeo
- Andrea Vittorio

- 25 mar
- Tempo di lettura: 3 min

L'ombra che si allunga sulle pareti di un cinema non è poi così diversa da quella che seguiva Orfeo lungo i sentieri dell'Ade. C’è qualcosa di naturalmente filmico nel mito del poeta tracio: il divieto di guardare, la potenza della visione che crea e distrugge, il desiderio di riportare in vita ciò che è perduto attraverso la pura forza dell’espressione artistica.
Se ci riflettiamo, il cinema stesso è una macchina orfica. Entriamo nel buio, assistiamo alla proiezione di fantasmi che sembrano vivi e, per un’ora o due, crediamo che la morte sia stata sconfitta dalla persistenza della memoria impressa sulla pellicola.
Il cinema ha smesso presto di illustrare il mito di Orfeo e Euridice per, invece, iniziare a interrogarlo, smontarlo e — a volte — tradirlo per renderlo più vero. Sebbene figure come Jean Cocteau e Marcel Camus abbiano inizialmente tracciato una via intellettuale e surreale, la vera forza di Orfeo nel cinema contemporaneo risiede nella sua presenza invisibile, in quel ritorno costante che avviene sotto mentite spoglie. L’umanizzazione di Orfeo passa oggi attraverso la sua fragilità esistenziale e la sua ossessione per l'immagine, rendendolo non un semidio, ma un uomo qualunque armato solo di uno sguardo troppo umano.
Uno degli esempi più lampanti di questa rilettura profonda e rivoluzionaria si trova in Ritratto della giovane in fiamme, opera del 2019 di Céline Sciamma. Qui il mito non fa solo da ispirazione vaga, ma diventa invece il cuore di una discussione filosofica tra le protagoniste che cambia totalmente e regole del gioco. In questa versione, infatti, lo sguardo di Euridice non è più passivo: non è più Orfeo che sbaglia per distrazione o debolezza e l’atto di voltarsi diventa una scelta consapevole, un patto tra amanti per trasformare il corpo in memoria eterna e, in questo caso, in immagine pittorica. Per il nostro moderno Orfeo, l’addio permette alla bellezza di restare intatta, sottraendola all'usura del tempo: meglio un amore consumato nella realtà o un amore perduto ma reso immortale dall'arte? Sciamma trasforma la tragedia in una forma di liberazione, dove voltarsi è l'unico modo per possedere veramente un istante.
Ma la materia orfica ha radici profonde anche nel cinema di genere, dove l'ossessione per il recupero dell'amato diventa un incubo. Pensiamo a La donna che visse due volte (Vertigo), film del 1958 di Alfred Hitchcock. Scottie è l'incarnazione perfetta di un Orfeo moderno: la sua discesa agli inferi è la spirale di San Francisco e il suo tentativo di riportare in vita Madeleine — trasformando un'altra donna nel suo ricordo, vestendola e pettinandola come un fantasma — è il gesto orfico per eccellenza. Il dramma di Scottie è lo stesso del mito: nel momento in cui riesce finalmente a vedere e possedere l'oggetto del suo desiderio, lo perde per sempre.
Umanizzare Orfeo oggi significa vederlo anche nei panni di chi vive il lutto nell'era digitale o spaziale. In Solaris (1972) di Andrej Tarkovskij, l'Ade è una stazione orbitante e Euridice è un simulacro fatto di particelle e ricordi dolorosi. Il protagonista si scontra con l'impossibilità di riportare sulla Terra una proiezione della propria coscienza: è un Orfeo che ha smesso di cantare e ha iniziato a camminare, consapevole che il suo sguardo sarà sempre condannato a fissare ciò che sta, inevitabilmente, svanendo. La tecnologia ci permette di rivedere i volti, di riascoltare le voci ma, proprio come nel mito, non può restituirci l'anima.
Tutti noi abbiamo avuto un momento in cui abbiamo desiderato che il tempo tornasse indietro, tutti abbiamo provato a cantare la nostra disperazione per ottenere una seconda possibilità. Il cinema cattura questo desiderio e lo proietta sullo schermo, offrendoci una catarsi che è al contempo dolce e amara e che ritorna nell'archetipo dell'uomo che scende in un "sottosuolo" (sociale, psicologico, emotivo) per riscattare la sua felicità.
Questa persistenza non è casuale, ma risponde a un bisogno antropologico profondo: la necessità di dare un senso al limite. L’essere umano è l’unico animale consapevole della propria fine e, di conseguenza, l’unico che sente il bisogno di riportare indietro ciò che il tempo divora. Abbiamo bisogno di continuare a guardare e leggere le storie dei vari Orfeo per elaborare l'idea che il fallimento sia parte integrante dell'amore e della conoscenza. Ci accorgiamo presto che Orfeo non è mai uscito davvero dal buio della sala e che continua a sedersi accanto a noi, e il cinema ci permette di rivivere quel mito ogni volta che le luci si spengono.
Orfeo non è solo un personaggio, è la condizione umana che si fa spettacolo, è il nostro eterno tentativo di restare umani in un universo che, di umano, non ha quasi più nulla. Questa è la magia della settima arte: essere quello strumento che, se suonato con premura, può ancora far piangere le pietre e, forse, farci sentire un po' meno soli nella nostra personale discesa verso l'ombra.


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