top of page

Un decennio dal manifesto rosa dei The 1975 che ha definito un’intera generazione

Esistono momenti nella storia del pop recente in cui un disco smette di essere una semplice sequenza di tracce per trasformarsi in un manifesto generazionale, un oggetto di culto che definisce non solo un suono ma un’intera estetica visiva e comportamentale.  


Nel febbraio del 2016, i The 1975 — gruppo inglese formatosi nel 2002 — non si sono limitati a pubblicare il loro secondo album; hanno lanciato un guanto di sfida alla brevità dell'era digitale, confezionando un’opera monumentale: I Like It When You Sleep, for You Are So Beautiful yet So Unaware of It. A dieci anni di distanza, quel bagliore rosa neon non si è ancora spento, e l’impatto di Matty Healy, Adam Hann, George Daniel e Ross MacDonald appare oggi più lucido e profetico che mai. 


Venivamo dal bianco e nero sporco dell'esordio omonimo, da quell'immaginario fatto di giacche di pelle, sigarette e sobborghi inglesi. Poi, improvvisamente, blackout: la band ha cancellato I propri profili sui social media per poi riapparire 24 ore dopo, abbandonando il loro iconico bianco e nero per un vibrante rosa neon. Tutto è diventato technicolor, o meglio, è annegato in una sfumatura di rosa pastello che avrebbe dominato Tumblr e i feed di Instagram per gli anni a venire. Ma ridurre questo disco a una scelta cromatica sarebbe un errore imperdonabile. Sotto la superficie patinata di una produzione pop cristallina, batteva il cuore di un’ambizione quasi sfrontata, una voglia di fagocitare quarant'anni di musica per risputarli fuori sotto forma di una contaminazione post-moderna senza precedenti. 


L'album è un labirinto che sfida costantemente l'attenzione dell'ascoltatore. Si apre con la consueta traccia omonima (The 1975), un rito di passaggio che la band ha poi riproposto in ogni disco, ma che qui esplode in un coro gospel sintetico che annuncia l'ingresso in una nuova dimensione. Da lì infatti incontriamo pezzi come Love Me, che ci sbattono in faccia una critica feroce e auto-ironica alla cultura della celebrità. Matty Healy in quel periodo si stava consolidando come il frontman più divisivo e affascinante della sua generazione: un narcisista consapevole, un intellettuale pop capace di citare cose come la teoria critica e il consumo di droghe nella stessa frase, il tutto mentre ballava elettricamente sotto le luci stroboscopiche. 


La forza di questo lavoro infatti risiede nella sua totale assenza di vergogna. I The 1975 hanno avuto il coraggio di essere pretenziosi: hanno inserito lunghi passaggi strumentali ambient, come la title track o Please Be Naked, proprio nel mezzo di un album che conteneva hit radiofoniche istantanee come The Sound. Ma non solo: She’s American è un brano che prende il pop-rock degli anni Ottanta e lo modernizza, mentre in Nana e She Lays Down la maschera della rockstar cade per lasciare spazio al lutto e alla vulnerabilità.  

Riascoltare oggi tracce come Somebody Else significa immergersi in quello che è probabilmente uno dei brani più significativi del decennio scorso. Un brano che cattura perfettamente il senso di alienazione post-rottura nell'era dei social media, il pezzo che ha sdoganato definitivamente la band presso il grande pubblico, dimostrando che si può essere popolari pur rimanendo sofisticati. 

È questo contrasto stridente a rendere il disco ancora attuale. Dove noi veniamo spinti verso il contenuto "masticabile", loro hanno scelto e continuano a scegliere l'eccesso e la complessità. 

L’identità visiva è stata fondamentale per il successo dell’album. Il designer Samuel Burgess-Johnson, in collaborazione con il fotografo David Drake, ha creato una serie di insegne al neon fisiche per ognuna delle 17 canzoni, posizionate e fotografate in luoghi chiave per la loro interpretazione.  


Dieci anni dopo, ci rendiamo conto che questo album ha anticipato la fluidità dei generi che oggi diamo per scontata. Prima che si abbattessero i muri tra indie, elettronica, R&B e pop, i The 1975 stavano già abitando tutti questi spazi contemporaneamente. Non era solo musica, era un ecosistema: i video musicali, i post sui social, la moda, persino i caratteri tipografici; tutto contribuiva a creare un mondo in cui i giovani di metà anni Dieci potevano sentirsi compresi nella loro confusione

 

Il lascito di questo secondo capitolo è immenso. Ha dato alla band la libertà totale di sperimentare nei lavori successivi, permettendo loro di diventare i "Radiohead del pop", capaci di cambiare pelle a ogni uscita senza mai perdere la propria identità.  

Ma c'è qualcosa che rende proprio il disco del 2016 unico e irripetibile. Rappresenta quel momento esatto in cui una band capisce di avere il mondo in mano e decide di usarlo non per compiacere, ma per provocare e stupire. 


Guardando indietro a quel quadrato rosa che ha dominato le nostre bacheche e le nostre cuffie, non proviamo solo nostalgia. Proviamo il riconoscimento di un'opera che ha saputo invecchiare con grazia perché non ha mai cercato di essere senza tempo, ma ha invece cercato di essere nel tempo, catturando ogni singola contraddizione di quel momento storico. I The 1975, con la loro pretesa di essere tutto e il contrario di tutto, ci hanno insegnato che la coerenza è noiosa e che la vera bellezza risiede spesso in un caos ben orchestrato.  

Dieci anni dopo, siamo ancora qui a chiederci come abbiano fatto a rendere così affascinante l'ego e il desiderio, mentre noi continuiamo a ballare incessantemente sotto quel neon rosa che non accenna a spegnersi


Commenti


© 2025 by MOVIMENTO 095.
Powered and secured by Wix

bottom of page