La mediocrità non basta più: il caso Deathloop
- Carlo Lacagnina

- 19 feb
- Tempo di lettura: 3 min

Quando ero ancora un piccolo giocatore in erba, comprare un videogioco era un terno all’otto. Non solo per la poca disponibilità economica, del tutto dipendente dal volere dei genitori, ma anche per la poca disponibilità di informazioni. Al giorno d’oggi, soprattutto grazie ad una più ampia possibilità economica, a sconti e spesso regali degli store digitali, abbiamo librerie virtuali piene zeppe di giochi da giocare.
Ed è proprio qui che sta proprio qui il problema. La grande quantità di prodotti ha reso la nostra volontà di rimanere e finire un gioco mediocre quasi inesistente.
Quando ero ancora un piccolo giocatore in erba, comprare un videogioco era un terno all’otto. Non solo per la poca disponibilità economica, del tutto dipendente dal volere dei genitori, ma anche per la poca disponibilità di informazioni. Al giorno d’oggi, soprattutto grazie ad una più ampia possibilità economica, a sconti e spesso regali degli store digitali, abbiamo librerie virtuali piene zeppe di giochi da giocare.
Ed è proprio qui che sta proprio qui il problema. La grande quantità di prodotti ha reso la nostra volontà di rimanere e finire un gioco mediocre quasi inesistente.
Il gioco si presenta, inizialmente, come un classico sparatutto in prima persona, introducendo però quasi subito la sua peculiarità cardine: il loop temporale.
Il protagonista, Colt, è infatti uno dei tanti abitanti di un’isola, i quali sono intrappolati in un loop temporale artificiale. Dopo ogni morte, ci si risveglia la mattina con i propri ricordi completamente cancellati. Ebbene, Colt è uno dei pochi ad essere in grado di conservare i propri ricordi dopo ogni reset.
Non vi suona di già trito e ritrito? Basti prendere per esempio Edge of Tomorrow (Doug Liman, 2014) con Tom Cruise, con lo stesso identico concetto alla base: un loop temporale dove solo il nostro protagonista, casualmente, si ricorda tutto.
Andando avanti, seguendo la trama, ci rendiamo conto che il gioco è un FPS che cerca disperatamente di essere un roguelike, un genere di videogiochi in cui ad ogni run il personaggio perde il proprio inventario e le abilità apprese, con delle micro-abilità che permangono. E qui sorge il primo problema: il gioco tenta di essere un roguelike, ma non ci riesce o almeno non a pieno, come se gli sviluppatori abbiano solo cercato di scalfire la superficie.
Ma se trama e gameplay non sono eccezionali, cosa lo è? I personaggi? Beh, no.
Colt ricalca il classico personaggio spaccone dei videogiochi in prima persona o degli action movies, senza spessore e con battute spesso piatte.
Non direi che il gioco sia pessimo o ingiocabile. Deathloop è un gioco mediocre, ma la differenza sta proprio nel periodo in cui è stato rilasciato: essendo uscito nel 2021, insieme a giochi del calibro di It Takes Two, Ratchet & Clank: Rift Apart (Insomniac Games), Marvel's Guardians of the Galaxy (Eidos Montreal), Resident Evil Village (Capcom), Disco Elysium – The Final Cut (ZA/UM) e tanti altri, Deathloop si perde, non risalta, non spicca.
Il problema è proprio da identificare in questa poca personalità. Il tempo libero a nostra disposizione è sempre meno, per cui tendiamo a non soffermarci su giochi privi di un peso emotivo o incapaci di farci staccare il cervello per qualche ora con dello svago ben strutturato. Questa mediocrità non ha più spazio nel panorama videoludico moderno, dove ci sono giochi con budget stellari che ripropongono sempre le stesse meccaniche ma, al contempo, una fioritura di proposte indie innovative e spesso più accattivanti di giochi di alto calibro, come gli ultimi Assassin’s Creed. I giocatori moderni — me compreso — sono stufi di perdere tempo e soldi con titoli insulsi, come risulta essere RedFall.
La mia domanda allora sorge spontanea: siamo noi ad essere cresciuti come giocatori, o sono i tempi e l’industria ad essere mutati verso un’esperienza di gioco differente?
Ai posteri l’ardua sentenza.



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