Quali canzoni comporrebbero il tuo Mixtape?
- Andrea Vittorio

- 18 mag
- Tempo di lettura: 4 min

Chiunque sia cresciuto con un paio di cuffie a coprire le orecchie sa che la musica non accompagna la vita, ma la scrive, agendo come un collante invisibile che tiene insieme i pezzi sparsi dell'adolescenza.
È proprio su questa frequenza, su questa premessa di nostalgia viscerale e di estetica pop-psichedelica, che si sintonizza e poggia Mixtape, l’ultima fatica dello studio Beethoven & Dinosaur, protetta sotto l’ala curatoriale di Annapurna Interactive. Non stiamo parlando di un semplice videogioco, ma di un saggio interattivo su come i ricordi vengano distorti, amplificati e ricordati dalle canzoni che amiamo.
Per capire Mixtape bisogna prima guardare a chi lo ha creato. Beethoven & Dinosaur sono gli stessi autori di The Artful Escape, un titolo che aveva già ridefinito il concetto di viaggio dell'eroe trasformandolo in un’opera rock spaziale. Se in quel caso il tema era la ricerca di un’identità attraverso la finzione scenica, in Mixtape il focus si sposta sulla realtà cruda, dolce e impacciata dell’adolescenza. Annapurna, dal canto suo, conferma ancora una volta di non essere solo un editore, ma un marchio di garanzia per narrazioni che osano essere vulnerabili, posizionandosi in quel limbo dove il videogioco incontra il cinema d’autore e la letteratura di formazione.
La narrazione di Mixtape segue un gruppo di tre amici nel loro ultimo viaggio insieme. È la notte del diploma, confine ufficioso che separa l’infanzia da un futuro che appare come un abisso incerto ma affascinante. Mentre guidano verso la loro ultima festa insieme, una cassetta inserita nell'autoradio diventa il carburante di una serie di vignette giocabili: ogni brano della colonna sonora sblocca un ricordo, trascinando il giocatore e i protagonisti in momenti chiave della loro crescita e della loro amicizia. Non è un procedere lineare, perché la memoria non è mai lineare: è un collage, un “taglia e cuci” di sensazioni, un riff di basso, un assolo di chitarra, il primo bacio.
Visivamente, il gioco è un trionfo di stile che rifiuta il fotorealismo per abbracciare qualcosa di molto più potente. I personaggi si muovono con una fluidità quasi onirica, immersi in scenari che sembrano usciti da un video musicale di MTV, mescolando animazione stop-motion, colori saturi e distorsioni analogiche. È un’estetica che urla indipendenza e ribellione, ma che sa anche farsi intima nei momenti di necessità. Questa scelta stilistica serve a sottolineare che quello che stiamo vedendo non è come le cose sono andate realmente, ma come i protagonisti le ricordano.
La colonna sonora è, ovviamente, il cuore pulsante e l'ossatura dell'intera esperienza. Con licenze che spaziano dai DEVO a Iggy Pop, dai Siouxsie and the Banshees ai Joy Division, Mixtape non si limita a usare la musica come sottofondo, ma la eleva a meccanica di gioco.
La musica assume, infatti, il ruolo di narratore onnisciente, diventando l’unico strumento capace di articolare chi siamo, ma soprattutto di ricordare chi eravamo. Le canzoni non si limitano a descrivere un momento, ma lo definiscono: la musica agisce come un archivio emotivo, custode di versioni di noi stessi che avevamo dimenticato o sepolto. Attraverso il ritmo, Mixtape esplora come la costruzione della nostra identità passi inevitabilmente anche per i dischi che abbiamo amato e le persone con cui li abbiamo condivisi e apprezzati, rendendo ogni distorsione e ogni armonia un pezzo del puzzle che compone il nostro presente.
L'audacia di questa esperienza risiede nel modo in cui il gameplay si piega totalmente al servizio dei nostri sentimenti. Il conflitto è tutto interiore, giocato sulla tensione tra il desiderio di restare immobili in un’estate infinita e la necessità biologica di diventare adulti. Le meccaniche di gioco diventano fluide, adattandosi allo stato d'animo della traccia in riproduzione: si passa dall'esplorazione contemplativa a sequenze ritmiche che mimano il caos euforico di una festa o la malinconia solitaria di una camminata notturna. È un design che rispetta l'intelligenza emotiva del giocatore, invitandolo a riflettere sul proprio mixtape personale, su quali canzoni comporrebbero la colonna sonora della sua vita se dovesse riassumerla in poche tracce.
In questo scenario, il rapporto tra i tre protagonisti emerge con una naturalezza disarmante, spogliato dagli stereotipi tipici dei racconti di formazione. L'amicizia qui è fatta di quella confidenza a volte ruvida e di silenzi complici. Vedere i loro legami evolversi attraverso le decadi musicali è un esercizio di empatia pura, che ci ricorda come le nostre piccole esistenze, i primi amori e le delusioni possiedano in realtà una dignità epica, degna di essere celebrata come una grande sinfonia.
Mixtape si presenta come una folgorazione breve, intensa e densissima, da riascoltare ogni volta che il presente si fa troppo ingombrante. La sua natura concisa — il gioco è terminabile in circa tre ore — non è un limite, bensì la sua forza: è un’esperienza che non spreca un solo secondo, concentrando in poche ore la potenza di un’intera giovinezza. È un manifesto che nobilita ciò che ci ha aiutato a diventare chi siamo, un promemoria del fatto che, finché avremo una canzone in cui riconoscerci e qualcuno con cui dividerne il ritmo, non saremo mai davvero soli nel viaggio verso l'ignoto.



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